Usa e Iran, settima notte di raid. Khamenei: «La firma di Trump è priva di valore»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A una settimana esatta dal collasso della tregua, il raggio d'azione degli attacchi tra Stati Uniti e Iran continua ad ampliarsi, coinvolgendo sempre più direttamente i Paesi del Golfo. Il Comando centrale americano (Centcom) ha riferito che nella notte sono stati colpiti siti di sorveglianza, infrastrutture logistiche militari, depositi sotterranei di armi e capacità marittime iraniane, in quella che ormai è diventata una routine di rappresaglie incrociate.

Khamenei: «La firma di Trump è priva di credibilità»

Sul fronte politico-diplomatico, l'escalation militare ha trascinato nel baratro anche il fragile equilibrio faticosamente costruito con il Memorandum d'intesa di Islamabad, siglato tra i presidenti di Iran e Stati Uniti. La Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, ha dichiarato in un comunicato stampa che le ripetute violazioni da parte degli Stati Uniti dell'accordo hanno dimostrato come la firma del presidente Donald Trump sia «completamente priva di valore e di credibilità», bollandola come inutile e inaffidabile.

«Bullismo, ambizioni egemoniche e barbarie – ha tuonato la massima autorità iraniana – sono elementi inseparabili del modo e della dottrina americana», minacciando di impartire a Washington «lezioni indimenticabili».

L'Iran sospende gli impegni del Memorandum

Una presa di posizione che ha trovato immediato riscontro nei fatti. Il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha annunciato che Teheran ha sospeso i propri impegni previsti dal Memorandum d'intesa. «Eravamo in fase di negoziato – ha dichiarato Gharibabadi all'agenzia di stampa Fars –, purtroppo sono stati gli stessi americani a intraprendere, di fatto, queste azioni aggressive, in violazione dei propri impegni».

Una decisione che segna di fatto la fine della breve parentesi diplomatica apertasi a metà giugno, sepolta sotto le bombe dei raid che ormai da sette notti consecutive martellano le infrastrutture iraniane.

L'attacco alla Giordania e il bilancio delle vittime

La risposta di Teheran non si è fatta attendere, allargando il fronte del conflitto anche agli alleati storici di Washington nella regione. Le Guardie della Rivoluzione hanno rivendicato attacchi con missili balistici e droni contro obiettivi in Kuwait e Giordania, con un pedaggio particolarmente pesante per le forze statunitensi presenti in quest'ultimo Paese. Il Centcom ha confermato che due soldati americani sono stati uccisi in un attacco in Giordania, mentre un terzo militare risulta disperso. Quattro soldati feriti sono stati evacuati in ospedali giordani e successivamente dimessi.

Con queste due nuove vittime, sale a 16 il numero dei militari statunitensi caduti in questo conflitto. La base di Al-Azraq, in Giordania, è stata uno degli obiettivi dell'offensiva iraniana, che ha preso di mira anche Camp Arifjan e la base aerea Ali Al Salem in Kuwait, dove i pasdaran affermano di aver distrutto una struttura radar.

Kuwait e Bahrein nel mirino

Le ripercussioni degli attacchi si sono fatte sentire in modo significativo anche in Kuwait. La Kuwait Petroleum Corporation ha reso noto che uno dei suoi impianti petroliferi è stato colpito durante «ripetuti attacchi iraniani», provocando ingenti danni e alcuni feriti. L'aeroporto internazionale del Kuwait è stato costretto a sospendere le operazioni a causa delle minacce di missili e droni.

Anche il Bahrein è stato teatro di un attacco con droni contro una base americana, segno che nessuno degli alleati di Washington nella regione può considerarsi al riparo da una guerra che si sta trasformando in un conflitto regionale su vasta scala.

Gli attacchi americani alle infrastrutture iraniane

Dal canto loro, gli Stati Uniti hanno concentrato i loro raid notturni su obiettivi strategici, con un'attenzione particolare alle infrastrutture civili che hanno causato pesanti disagi alla popolazione locale. Secondo i media iraniani, i missili americani hanno colpito simultaneamente le infrastrutture elettriche e le pompe di desalinizzazione situate sul molo del villaggio di Bunji, nei pressi della città di Jask, e aree vicine a Sirik, nella provincia meridionale di Hormozgan, lungo lo Stretto di Hormuz.

Almeno una ventina di villaggi sarebbero rimasti senza acqua potabile, con una popolazione costretta a fare i conti con le conseguenze di un conflitto che colpisce sempre più duramente la vita quotidiana. Nell'operazione sono stati danneggiati anche due ponti e una galleria stradale. La tv di Stato iraniana ha riferito che questi attacchi hanno causato la morte di tre persone e il ferimento di altre otto.

La crisi umanitaria e lo Stretto di Hormuz

La chiusura dello Stretto di Hormuz, annunciata dalle autorità iraniane come «completamente chiuso» e dove secondo fonti iraniane due petroliere sarebbero in fiamme per essere finite in una zona minata, rappresenta il punto più critico della crisi, con conseguenze che vanno ben oltre il teatro militare. La tensione crescente e l'interruzione del traffico marittimo rischiano di avere un impatto devastante sui mercati energetici globali, con il prezzo del petrolio già in rialzo e la minaccia di una crisi economica che si aggiungerebbe al dramma umanitario.

Mentre le diplomazie internazionali tentano, senza successo, di trovare un canale di dialogo, la guerra tra Stati Uniti e Iran sembra aver imboccato una strada senza ritorno, con l'asticella dell'escalation che si alza ogni notte di un altro gradino.

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