Febbre del Nilo, la rabbia dei familiari delle vittime: «Morti evitabili»
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Redazione Salute
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La voce di Alessio e Debora Piras, i figli di Sergio, l’ottantenne di Santa Giusta stroncato dal virus, si leva netta contro chi invita a non creare allarmismi, definendo quella posizione un errore profondo. I loro racconti, un’altalena straziante tra lacrime e ricordi degli ultimi istanti, lasciano presto il posto a un sentimento di rabbia che fatica a contenersi. «Abbiamo davanti un nuovo mostro che può colpire tutti, in qualsiasi momento e luogo» affermano, ponendo l’accento sull’inadeguatezza di disinfestazioni che vengono eseguite saltuariamente e denunciando, senza mezzi termini, la presenza di numerosi controsensi nella gestione di un’emergenza sanitaria che, ormai, assume i contorni di una minaccia endemica. Una critica che risuona con particolare forza in Sardegna, dove i contagi accertati per il 2025 hanno toccato quota 39, come confermato dall’ultimo caso registrato a Oristano, quello di un uomo ultrasettantenne visitato in pronto soccorso e poi dimesso per essere curato a domicilio.
L'esperienza diretta e la perdita di fiducia
A rafforzare questa percezione di vulnerabilità contribuisce la testimonianza diretta di una giornalista sarda, la quale racconta di essersi svegliata una mattina con mezzo Corpo cosparso di puntini rossi, a cui seguì una terapia antistaminica rivelatasi purtroppo inefficace. Il prurito insistente fu solo il preludio a un malessere generale, destinato a degenerare nel corso della stessa giornata, offrendole un assaggio tangibile della serietà della patologia. La sua riflessione, che individua nel non farsi pungere l’unica arma veramente a disposizione, si intreccia con una considerazione amara sul clima di sfiducia dilagante, ereditato dall’esperienza pandemica, che porta molti a commentare in modo «allucinante» e a sottovalutare i pericoli reali.
Il quadro epidemiologico nazionale
Oltre i confini regionali, il bollettino nazionale dipinge un quadro altrettanto significativo, con la Toscana che, secondo il tredicesimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità, conta 18 casi accertati dall’inizio dell’anno. Di questi, ben undici hanno manifestato la forma neuro-invasiva, la più grave, che colpisce il sistema nervoso centrale e che è stata rilevata in cinque province diverse, a dimostrazione di una diffusione capillare e non confinabile a focolai isolati. I dati, che provengono da una sorveglianza attiva e costante, tracciano il profilo di un virus che non conosce soste e che richiede, come sottolineano le proteste delle famiglie colpite, una risposta di prevenzione più incisiva e continuativa.
Le misure di contenimento e le criticità
Proprio le misure di contenimento, come la disinfestazione entro un perimetro di duecento metri dall’abitazione del nuovo positivo a Oristano, appaiono agli occhi di chi ha subito lutti irreparabili delle semplici azioni tampone, insufficienti a debellare il problema alla radice. L’indagine epidemiologica, sebbene fondamentale per tracciare i contatti e circoscrivere le zone a rischio, non restituisce la serenità perduta a coloro che vedono nella morte dei propri cari una tragedia prevenibile, una di quelle che, forse, una maggiore e più coordinata azione di sanità pubblica avrebbe potuto scongiurare.




