Milano, fermato Calabrò, condannato per l'omicidio di Cristina Mazzotti
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Redazione Interno
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Gli agenti della Squadra Mobile di Milano hanno eseguito, nel cuore della notte tra venerdì e sabato, un fermo nei confronti di Giuseppe Calabrò, uomo dai consolidati legami con la criminalità organizzata calabrese, il quale, pur condannato in primo grado all’ergastolo soltanto pochi giorni fa, il 4 febbraio, per il rapimento e l’omicidio di Cristina Mazzotti, continuava a circolare a piede libero. L’intervento delle forze dell’ordine, deciso con tempestività dopo la sentenza, è scattato sulla base di concrete valutazioni investigative che indicavano un concreto rischio di fuga verso la Calabria, regione d’origine dell’uomo, dove avrebbe potuto tentare di sfuggire alla definitiva applicazione della pena.
Il delitto e la condanna
La vicenda giudiziaria, che ha il suo epilogo iniziale in queste ore, affonda le radici in uno dei casi di cronaca nera più cupi della seconda metà del Novecento, quando Cristina Mazzotti, giovane di appena sedici anni, fu strappata alla sua vita a Eupilio, in provincia di Como, il primo luglio del 1975. Il percorso processuale, lungo e complesso, ha stabilito che la ragazza fu trasportata e segregata in una buca scavata nel terreno a Castelletto Ticino, un luogo angusto e privo di sufficiente aerazione, dove le furono precluse anche le più elementari possibilità di movimento. La morte, come accertato dalla corte, avvenne in seguito a Galliate, in provincia di Novara, e fu provocata volontariamente dagli uomini del commando di cui Calabrò faceva parte, i quali, dopo averla tenuta in condizioni disumane, ne causarono il decesso.
I legami con la 'ndrangheta e il tifo organizzato
Il profilo di Calabrò, del resto, non si esaurisce nella terribile vicenda del sequestro Mazzotti, poiché lo stesso indagato è al centro di un filone d’inchiesta, portato avanti dalla magistratura milanese, che mira a ricostruire le possibili infiltrazioni di clan calabresi, o comunque a loro riconducibili, nell’universo del tifo organizzato in Lombardia. Questa ulterore attività investigativa, per la quale non sono ancora state formulate accuse definitive, aggiunge un tassello significativo alla comprensione della ramificazione territoriale della 'ndrangheta al di fuori dei suoi tradizionali confini, dimostrando come certi ambienti, apparentemente lontani, possano diventare terreno di espansione e di controllo.
Le implicazioni dell’operazione
L’operazione di fermo, perciò, assume un duplice e non trascurabile valore: da un lato, rappresenta un passo decisivo verso l’esecuzione di una condanna per un reato efferato, compiuto quasi cinquant’anni fa, segnando una risposta dello Stato a una ferita ancora aperta; dall’altro, costituisce un momento di interruzione preventiva nei confronti di un soggetto ritenuto pericoloso e potenzialmente in grado di eludere, rifugiandosi in contesti a lui favorevoli, il corso della giustizia. Gli inquirenti, vigilando sulle sue mosse dopo la lettura della sentenza, hanno così scongiurato quella fuga che appariva, dati alla mano, una concreta eventualità, bloccando sul nascere un tentativo di sottrarsi al carcere a vita.




