Fermato a Milano Giuseppe Calabrò, il 76enne condannato per l'omicidio di Cristina Mazzotti

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Gli agenti della squadra mobile di Milano hanno tratto in arresto, nel cuore della notte, Giuseppe Calabrò, il settantaseienne noto con l'appellativo di 'u Dutturicchiu' e da poche ore condannato in primo grado all'ergastolo per un delitto che, da quasi mezzo secolo, segna la memoria collettiva del Paese. La decisione degli investigatori, i quali hanno agito con tempestività dopo la sentenza emessa dalla Corte d'Assise di Como il 4 febbraio scorso, è maturata dalla valutazione di un concreto pericolo di fuga, ritenuto imminente proprio in attesa del definitivo giudizio di legittimità. L'uomo, la cui vicenda giudiziaria si è intrecciata anche con indagini della Direzione Investigativa Antimafia sulle infiltrazioni al servizio dello stadio di San Siro – nelle quali figurava come mediatore tra clan calabresi –, dovrà ora rispondere della pena inflittagli per l'omicidio aggravato di Cristina Mazzotti, la studentessa diciottenne scomparsa nell'estate del 1975.

Il sequestro di una notte d'estate

La storia, che i magistrati hanno pazientemente ricostruito in anni di indagini, ha il suo inizio nella notte tra il 30 giugno e il primo luglio di quell'anno, a Eupilio, in provincia di Como, dove Cristina Mazzotti, appena promossa, stava rientrando a casa in compagnia di alcuni amici dopo una serata di festeggiamenti. Fu in quel frangente, secondo l'accusa poi confermata in primo grado, che un commando, del quale Calabrò faceva parte, rapì la giovane, dando avvio a una terribile odissea. La ragazza venne successivamente segregata, come emerso nel processo, in una buca situata nell'area di Castelletto Ticino, per essere poi trasferita in un luogo diverso dove ne fu provocata, volontariamente, la morte.

Il ritrovamento e il lungo percorso giudiziario

Il senza vita di Cristina Mazzotti fu ritrovato soltanto il primo settembre del 1975, abbandonato in una discarica di Galliate, in provincia di Novara, dopo due mesi di angoscia e ricerche infruttuose che avevano tenuto col fiato sospeso l'opinione pubblica. Quel ritrovamento, pur chiudendo tragicamente ogni speranza, aprì una delle inchieste più complesse e sofferte della cronaca nera italiana, caratterizzata da lunghe pause investigative e colpi di scena, fino alla recente celebrazione del processo. L'ergastolo pronunciato contro Calabrò, il quale ha sempre mantenuto la propria posizione di non colpevolezza, rappresenta un primo, significativo capitolo conclusivo di quella vicenda, sebbene la sentenza non sia ancora passata in giudicato.

L'arresto e le connessioni criminali

L'esecuzione della misura cautelare, decisa nella notte tra venerdì e sabato, non si limita quindi a riguardare il singolo episodio delittuoso, per quanto gravissimo, ma getta luce su un profilo criminale che le indagini della Dia hanno delineato come ancora attivo e influente. Calabrò, infatti, è stato indicato dagli investigatori antimafia come una figura di raccordo, un "mediatore tra famiglie" dell'organizzazione criminale calabrese, con specifici interessi legati alla gestione di flussi finanziari illeciti generati nell'ambito dell'impianto sportivo milanese. Questo doppio binario – il delitto irrisolto del passato e i presunti legami mafiosi del presente – conferisce alla vicenda una dimensione ancor più cupa, mostrando come i fili di storie lontane possano intrecciarsi con le attuali dinamiche della criminalità organizzata.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.