Pluribus, la serie dove la felicità è un incubo

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Vince Gilligan, la mente che ha partorito i mondi narrativi di Breaking Bad e Better Call Saul, torna a interrogare le pieghe più oscure dell'animo umano con Pluribus, la sua nuova fatica per Apple TV+. Se le prime due serie, strettamente connesse dal filo dello spin-off, esploravano la metamorfosi morale e la corruzione in un contesto di criminalità terrestre, Pluribus compie un salto nel genere fantascientifico, pur mantenendo intatta quella vocazione a indagare la complessità etica dei suoi personaggi, i quali, come già accaduto per Walter White o Saul Goodman, si trovano a navigare in acque torbide e moralmente ambigue. L'elemento unificante, al di là della regia e della scrittura, risiede proprio in questa ossessione per le trasformazioni, siano esse chimiche, legali o, come in questo caso, dettate da un'origine extraterrestre.

Un contagio che non fa paura

La premessa narrativa, che utilizza un'idea ad alto tasso di inquietudine, ruota attorno a un misterioso RNA alieno che, diffondendosi dapprima in modo quasi romantico e successivamente attraverso un'irrorazione aerea, trasforma la gran parte dell'umanità. Coloro che ne vengono colpiti, superata una fase iniziale non priva di rischi, accedono a uno stato di serenità collettiva e permanente, formando un unico grande organismo sociale in pace con sé stesso. Questo evento, che potremmo definire epocale, ribalta completamente i paradigmi classici della narrativa catastrofista, presentando non una distopia violenta ma un'utopia forzata, il cui prezzo da pagare, come si intuisce, è la soppressione di ogni impulso individuale. La felicità, in questo scenario, si configura come un paradosso: un bene assoluto che, però, annulla la libertà di scelta, creando una frattura insanabile con chi, per motivi ignoti, ne rimane immune.

Il fragile equilibrio tra libertà e armonia

La serie, infatti, costruisce la sua tensione non sulla minaccia di un contagio letale, bensì sull'angoscia di un'esistenza normalizzata e sul conflitto tra due modelli di società diametralmente opposti. Da un lato si erge il collettivo, un "noi" omogeneo e placido, dove le passioni, i conflitti e le aspirazioni personali sembrano essere state cancellate; dall'altro, un esiguo gruppo di immuni, costretti a fare i conti con un mondo che non riconoscono più e a lottare per preservare la propria identità. Gilligan, attraverso questa lente distopica, sembra voler raccontare l'equilibrio precario, sempre in bilico, tra il desiderio di armonia sociale e il diritto inalienabile all'autodeterminazione, un tema che risuona profondamente con le inquietudini del nostro tempo. La narrazione, di conseguenza, si concentra sulle vicende di questi ultimi, veri e propri reietti in un pianeta che ha scelto, o subìto, una pace inquietante.

L'eredità narrativa di Gilligan

Sebbene il genere sia differente, chi ha apprezzato la costruzione meticolosa dei personaggi in Breaking Bad e Better Call Saul ritroverà in Pluribus la stessa attenzione per le sfumature psicologiche e per le scelte difficili che definiscono un individuo. La trasformazione fisica e mentale causata dall'RNA alieno non è che l'ultima, in ordine di tempo, delle "formule magiche" gillighiane capaci di alterare radicalmente la realtà dei protagonisti, spingendoli a confrontarsi con le conseguenze delle proprie azioni e con la loro stessa umanità. La serie, evitando di scivolare nel banale, utilizza il dispositivo fantascientifico per porre domande essenziali sul prezzo della felicità e sui confini, spesso labili, tra una condizione desiderabile e un incubo silenzioso, dimostrando ancora una volta come la firma dell'autore sia riconoscibile al di là dell'ambientazione di volta in volta scelta.

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