Netanyahu e Trump, quelle divergenze tattiche sull'Iran che non diventano mai una frattura

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La diplomazia, si sa, è spesso l’arte di nascondere le spaccature dietro a metafore domestico-familiari, e Benjamin Netanyahu in questa arte eccelle da decenni. Il premier israeliano, in un'intervista concessa alla Cnbc, ha infatti minimizzato le ricorrenti voci di una crisi nei rapporti con la Casa Bianca, scegliendo una retorica che punta a sdrammatizzare le frizioni emerse proprio nel momento più delicato dei negoziati per il nucleare iraniano.

Sebbene a volte emergano quelli che lui stesso definisce "disaccordi tattici" – e lo ha paragonato a ciò che accade "nelle migliori famiglie" – Netanyahu ha assicurato che l'intesa con Donald Trump resta solida su ciò che conta davvero, ovvero impedire che Teheran possa dotarsi di un'arma atomica e contrastare la sua minaccia esistenziale contro Israele.

«Con lui parlo ogni due giorni, troviamo sempre una quadra»

Nell'intervista rilasciata al network americano, il leader del Likud ha voluto ribadire la frequenza e l'intensità del suo canale diretto con il presidente, svelandone un dettaglio non secondario: la linea tra Washington e Gerusalemme, nonostante i titoli di qualche cronaca estera, è calda e costante. "Possiamo essere in disaccordo al mattino", ha dichiarato Netanyahu, per poi trovare un terreno comune già nel pomeriggio, grazie a un rapporto che lui definisce di "grandi amici".

Una narrazione, questa, che cerca evidentemente di contenere i danni dopo che alcuni media avevano riportato un presunto sfogo di Trump – il quale avrebbe definito l'alleato "pazzo" a causa delle operazioni in Libano – mentre il presidente rivendica di aver salvato lo Stato ebraico dall'accerchiamento. La sintonia, insomma, reggerebbe anche quando i dettagli delle operazioni militari o delle strategie negoziali sembrano divergere.

Il nodo Hormuz e la linea rossa sul nucleare

D’altra parte, il contesto in cui maturano queste rassicurazioni è tutto fuorché tranquillo, se si considera che le acque dello Stretto di Hormuz tornano a essere un polveriero galleggiante.

Mentre i due leader cercano di mostrare un fronte unito, sul terreno la tensione resta altissima: da una parte l’amministrazione Trump spinge per un'intesa lampo che possa riaprire le rotte commerciali e scongiurare un'escalation globale – con l’Unione europea che, peraltro, propone di utilizzare l'operazione Aspides per il delicato sminamento di quelle stesse acque – e dall’altra Israele osserva con attenzione che ogni concessione a Teheran non si trasformi in un cavallo di Troia.

E se Trump si dice ottimista, arrivando a sostenere che l’Iran "abbia già concordato di non dotarsi dell’atomica", Netanyahu è costretto a incassare senza perdere la faccia, ribadendo che sulla sostanza – e cioè l’impedire la minaccia nucleare – l’intesa con l'inquilino della Casa Bianca rimane granitica.

L’Europa nel mirino e il silenzio sugli sviluppi ucraini

Nel tentativo di ribaltare l’attenzione dalle frizioni interne all’alleanza, Netanyahu ha poi spostato il mirino sui tradizionali partner europei, accusati a loro volta di essere troppo morbidi verso le "minoranze islamiche radicali". Una bordata che suona quasi come un avvertimento: mentre Israele combatte quella che definisce una guerra per la civiltà occidentale, Bruxelles resterebbe a guardare, mancando "il coraggio di schierarsi".

Resta tuttavia significativo come, nel fitto fumo mediatico di queste dichiarazioni, si perda per un attimo il rumore di fondo degli altri fronti caldi, dalla Romania dove si indaga sulla caduta di un drone – con accuse incrociate tra Mosca e Kiev che rischiano di allargare il conflitto – fino alle tensioni interne alla maggioranza italiana sul futuro dell’Ucraina nell’Unione.

Ma in questo scacchiere globale, la partita vera, per ora, si gioca tutta sul tavolo dei negoziatori americani e israeliani, dove "divergenze tattiche" e "soluzioni familiari" si alternano a colpi di telefono quasi quotidiani.

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