Scimpanzé e alcol, la prova nelle urine: 17 campioni su 20 positivi all’etanolo
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Redazione Esteri
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La suggestione della “scimmia ubriaca”, un'immagine che per decenni ha popolato l'immaginario collettivo e le ipotesi di alcuni biologi evoluzionisti, cessa di essere una semplice metafora per acquisire una solida base scientifica. A decretare il passaggio dalla teoria alla prova è stato Aleksey Maro, un dottorando del Dipartimento di Biologia Integrativa dell’University of California di Berkeley, il quale, armatosi di pazienza e di una buona dose di ingegno, è riuscito nell'impresa di raccogliere campioni di urina di scimpanzé selvatici nel loro habitat naturale. L’obiettivo della sua missione, condotta nello scorso agosto nel parco nazionale di Kibale, in Uganda, era uno solo: trovare tracce fisiologiche del consumo di alcol nei primati, un elemento chiave per corroborare una teoria a lungo dibattuta -3-4.
L’analisi dei campioni, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Biology Letters, ha dato esiti sorprendenti e inequivocabili. Su venti campioni prelevati, appartenenti a diciannove diversi individui, diciassette sono risultati positivi alla presenza di etilglucuronide, un sottoprodotto metabolico che si forma nel a seguito dell'ingestione di etanolo. In pratica, una prova inequivocabile che gli scimpanzé non si limitano a mangiare frutta, ma assumono regolarmente alcol derivato dalla fermentazione della frutta molto matura che costituisce la loro dieta quotidiana -1-3. È la prima volta che si ottiene una conferma diretta di questo comportamento, andando oltre la semplice osservazione degli animali intenti a cibarsi di frutti caduti a terra.
La ricerca sul campo, come spesso accade, ha richiesto un notevole sforzo logistico e una certa creatività. Maro ha dovuto ideare metodi artigianali per la raccolta dei campioni, posizionandosi sotto gli alberi dove gli scimpanzé si nutrivano e attendendo il momento opportuno. Con l'aiuto di rami biforcuti e sacchetti di plastica, ha creato dei rudimentali raccoglitori, ma si è affidato anche a metodi più tradizionali, come la raccolta del liquido direttamente dalle foglie o dalle pozze sul terreno, sfruttando l'abitudine degli animali di urinare prima di lasciare il luogo del pasto o al risveglio dai nidi notturni -3. La determinazione del ricercatore è stata premiata: i campioni raccolti hanno rivelato concentrazioni di etanolo che, parametrate alla massa rea degli animali, corrispondono a quelle di un essere umano dopo aver consumato uno o due drink standard nelle ventiquattr'ore precedenti -4.
Questi risultati si innestano perfettamente nel solco tracciato da studi precedenti, in particolare quelli coordinati da Robert Dudley, professore di biologia integrata a Berkeley e coautore del paper, nonché padre dell'ipotesi della "scimmia ubriaca" formulata oltre vent'anni fa. Lo stesso Dudley, in un lavoro pubblicato l'anno scorso su Science Advances, aveva già documentato come la frutta consumata dagli scimpanzé nei siti di Ngogo (Uganda) e Taï (Costa d'Avorio) contenesse una concentrazione media di etanolo tale da fornire a ciascun animale circa 14 grammi di alcol puro al giorno, l'equivalente di due bevande standard americane -1-10. Considerando che uno scimpanzé adulto pesa circa 40 chilogrammi e consuma fino a 4,5 chili di frutta al giorno, l'esposizione all'alcol è cronica e tutt'altro che trascurabile, sebbene non porti a stati di ubriachezza conclamata proprio perché diluita nell'arco dell'intera giornata -1-9.
La conferma dell'ipotesi e le nuove domande della scienza
L'evidenza fornita dai test delle urine rappresenta un tassello fondamentale nel complesso mosaico dell'evoluzione umana. Se, come suggeriscono i dati, i nostri antenati comuni con gli scimpanzé erano già esposti a dosi significative di etanolo attraverso la frutta fermentata, è probabile che in noi si sia selezionata nel tempo una predisposizione fisiologica e forse anche comportamentale verso questa sostanza. Non si tratta di una ricerca della sbornia, che in natura sarebbe controproducente, ma di un adattamento che permetteva di localizzare le fonti di cibo più energetiche – l'odore dell'alcol segnala la presenza di zuccheri – e di trarre giovamento dalle calorie aggiuntive fornite dalla fermentazione -6-9. La capacità di metabolizzare l'alcol, insomma, potrebbe essere un tratto antico quanto la nostra stessa linea evolutiva.
Tuttavia, la scienza procede per gradi e ogni risposta apre nuovi interrogativi. Aleksey Maro e il suo team sottolineano come, nonostante la prova regina sia stata ottenuta, rimanga ancora da dimostrare l'aspetto forse più affascinante dell'ipotesi: la selettività. Non è ancora chiaro, infatti, se gli scimpanzé siano in grado di distinguere e preferiscano attivamente i frutti con il più alto contenuto di etanolo rispetto ad altri. Le osservazioni fatte a Ngogo, dove gli animali si sono abbuffati di mele stella (un frutto con un contenuto di zucchero del 20% ma con una concentrazione alcolica relativamente bassa, pari allo 0,09%), suggeriscono che il comportamento alimentare sia guidato principalmente dalla ricerca di zuccheri e che l'alcol sia una conseguenza inevitabile piuttosto che un obiettivo primario -3-4. Saranno necessari ulteriori studi, magari incrociando i dati sui livelli di etanolo nei frutti con le scelte alimentari dei singoli individui, per stabilire se esista una vera e propria "attrazione" per l'alcol nel mondo animale o se si tratti di un effetto collaterale di una dieta frugivora. Quello che è certo, come osserva Dudley, è che il fenomeno del consumo di alcol in natura è probabilmente molto più diffuso di quanto si pensi, coinvolgendo non solo i primati ma tutti gli animali che si nutrono di frutta -3-10.




