Ad Arezzo, bimbi allontanati da una nuova "famiglia nel bosco"
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Redazione Interno
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Una nuova vicenda, che riporta alla mente quanto accaduto in Abruzzo ai coniugi Trevallion e Birmingham, scuote la provincia di Arezzo, dove il Tribunale per i minorenni di Firenze ha disposto l’allontanamento temporaneo di due fratellini dai rispettivi genitori. La misura, che segue di qualche mese l’analogo caso di Palmoli, è stata adottata per tutelare i minori, di quattro e otto anni, i quali vivevano con la famiglia in un’abitazione isolata in una zona boschiva del comune di Caprese Michelangelo. La sindaca del piccolo borgo, informata preventivamente dall’autorità giudiziaria, ha confermato l’operazione, avvenuta con il concorso delle forze dell’ordine e dei servizi sociali.
Le ragioni di un provvedimento tanto drastico
Le motivazioni che hanno condotto il giudice a un intervento tanto incisivo, secondo quanto ricostruito, affondano le radici nella scelta educativa e nello stile di vita adottato dalla coppia. I genitori, Harald – un perito elettronico originario di Bolzano – e Nadia, cittadina bielorussa, avevano infatti optato per l’istruzione parentale, un percorso lecito ma soggetto a precise verifiche da parte dello Stato, le quali, a quanto pare, non sarebbero state rispettate nei modi e nei tempi previsti. A questo si aggiungerebbe, come elemento ulteriore di valutazione, una certa ritrosia nel sottoporre i bambini ai normali controlli sanitari di routine, fattore che, unito al generale isolamento, ha allertato le istituzioni deputate alla protezione dell’infanzia.
Il dramma di una separazione improvvisa
Il racconto dei genitori, che si definiscono “uccisi” da questa decisione, dipinge un quadro di grande sofferenza. Descrivono una mattina di ottobre in cui una decina di carabinieri e un gruppo di assistenti sociali si sono presentati alla loro abitazione per eseguire il provvedimento. I bambini, raccontano, sarebbero stati portati via mentre indossavano ancora il pigiama e senza calzature, un dettaglio che accresce, nella loro percezione, il trauma di un distacco vissuto come violento e ingiustificato. Da quel momento, trascorsi ormai quarantasette giorni, dichiarano di non aver più avuto notizie dirette sui figli, trasferiti in una comunità protetta, e il loro casolare, per quanto ben ristrutturato, è ora avvolto da un silenzio innaturale, rotto soltanto dai suoni del bosco circostante.
Un parallelo che non è una coincidenza
La somiglianza con il caso abruzzese non è affatto superficiale, poiché entrambe le coppie condividevano una filosofia di vita volutamente distante dai centri urbani e basata sull’educazione domestica. Questa scelta, se da un lato è esercitabile nel rispetto della legge, dall’altro impone un dialogo costante e trasparente con le autorità scolastiche e sanitarie, dialogo che, secondo le ricostruzioni giudiziarie, in entrambe le situazioni si sarebbe interrotto o fatto opaco. L’intervento del tribunale, che in questi frangenti agisce sempre con il presupposto della precauzione a difesa dei minori, sembra quindi rispondere a un protocollo consolidato, applicato quando si ritiene che le condizioni di sviluppo sereno e sicuro dei bambini possano essere compromesse, indipendentemente dall’amore e dalle buone intenzioni che i genitori possono professare.




