Il ciclone a Laterina, trent’anni dopo: Pieraccioni e quel ramato per festeggiare un cult senza tempo
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Redazione Cultura e Spettacolo
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“Il Ciclone passa, piglia e porta via. Tappami Levante, ola ola ola vo a dormire nell’aiola, piripì”. Sono passati trent’anni, eppure quelle parole – che per certi versi hanno finito col trasformare un semplice copione in una poesia popolare, di quelle che si recitano a memoria senza nemmeno accorgersene – risuonano ancora nelle campagne toscane come se fossero state pronunciate ieri. Il film, uscito nel 1996 e divenuto in brevissimo tempo un fenomeno da botteghino, compie tre decenni; ma per chi vive tra le colline del Valdarno, o più semplicemente per chi quelle battute le ha assorbite attraverso infinite repliche televisive, l’opera prima di Leonardo Pieraccioni non ha mai smesso di essere un oggetto vivente, una lingua fatta di ironia, ritmo e cuore. Nessuna celebrazione formale, quindi, potrebbe restituire l’affetto genuino con cui migliaia di persone hanno rivisto – e rivisto ancora – un film che nel 1996 fu campione d’incassi assoluto.
Una foto di famiglia, un’intuizione diventata ciclone
L’origine di tutto, ha raccontato più volte lo stesso Pieraccioni, fu una fotografia: sua madre insieme alle bellissime figlie di un’amica. Da quell’immagine, semplice eppure già cinematografica, nacque l’idea di portare sullo schermo un’inedita commedia di equivoci, dove le ballerine di flamenco irrompevano – letteralmente – nella vita sonnacchiosa di una famiglia della campagna toscana. Lui, nel ruolo del commercialista Levante, si ritrovò a recitare accanto a volti allora nuovi eppure già magnetici, come quelli di Natalia Estrada e Lorena Forteza. E il pubblico, da nord a sud, rispose con un’ondata di calore che nessuno, forse nemmeno l’autore trentenne, si aspettava. La prima, all’ex Cinema Ariston di piazza Ottaviani a Firenze, vide Pieraccioni seduto accanto a Roberto Cavalli; gli ospiti d’onore erano Vittorio Cecchi Gori e Rita Rusic. «Rideva tantissimo – ha confessato il regista – e io pensai: se ridono tutti come ride lui, è fatta».
Laterina, il ritorno alle origini con un bicchiere di ramato
Non una semplice ricorrenza, ma un vero e proprio ritorno sul luogo del delitto (metaforico, s’intende). Laterina Pergine Valdarno, il piccolo centro che aveva fatto da sfondo alle scorribande di Levante e della sua improbabile famiglia, si prepara ad accogliere nuovamente Leonardo Pieraccioni per celebrare quei trent’anni. L’appuntamento è fissato per il 16 maggio 2026 alle ore 18.00 in piazza della Repubblica, dove l’amministrazione comunale conferirà all’artista un riconoscimento ufficiale. Lui, dal canto suo, ha già lanciato l’invito sui social con quella che è ormai divenuta una consuetudine ironica: «Festeggeremo bevendo ramato», ha scritto su Instagram, citando una delle battute più celebri del film. E i fan, prevedibilmente, non si sono fatti attendere: “Ci si vede a Laterina” è diventato in poche ore un mantra condiviso, quasi un pellegrinaggio laico verso un’Italia che quel cinema – semplice, genuino, mai volgare – l’aveva saputa raccontare meglio di tanti trattati sociologici.
Il motorino, l’improvviso e il fascino di un’epoca che non torna
C’è una scena, tra le prime, che forse racchiude l’intero senso di quell’operazione culturale: Leonardo Pieraccioni in sella al suo motorino serie Luxe immatricolato 1979, mentre dice a se stesso – e a noi – che quando il successo arriva, non è che ti avverte. Trent’anni dopo, quelle parole suonano quasi profetiche. Perché “Il Ciclone” non fu un successo pianificato a tavolino, né tantomeno il frutto di strategie di marketing: fu un autentico ciclone, appunto, che investì il cinema italiano con una leggerezza oggi impossibile da replicare. E se è vero che la Toscana, in quel frangente, diventò per la prima volta non solo un set ma un vero e proprio personaggio, è altrettanto vero che le battute – “Tappami Levante”, “ola ola ola”, “vo a dormire nell’aiola” – hanno finito per scolpirsi nel linguaggio comune, al punto da essere ancora oggi citate nei bar, negli spogliatoi e persino in qualche aula di tribunale (per fortuna solo a fini testimoniale-ironici). Niente nostalgia fine a se stessa, però: Pieraccioni non si è mai concesso la trappola del rimpianto. Quel che resta, semmai, è la materia viva di un film che a trent’anni di distanza continua a far ridere – e a far pensare – senza bisogno di spiegazioni.




