Agguato a Pomigliano, guerra tra clan per il controllo dello spaccio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La sera del 12 febbraio 2024, Nunzio Esposito, 31enne pregiudicato legato al clan Ferretti-Mascitelli, è rimasto vittima di un agguato mentre era a bordo della sua auto in via Imbriani a Pomigliano d’Arco. Una raffica di proiettili lo ha colpito all’inguine, al gluteo e al polso, costringendolo a essere trasportato in codice rosso alla Clinica dei Fiori. L’episodio, che rientra in una lunga scia di violenze legate al controllo dello spaccio di droga, è solo l’ultimo capitolo di una guerra tra fazioni camorristiche che da mesi insanguina il territorio.

Le indagini, condotte dai carabinieri di Castello di Cisterna, hanno portato alla luce un conflitto sempre più acceso tra i clan Ferretti-Mascitelli e Cipolletta, entrambi radicati nell’area di Pomigliano. L’operazione, culminata con 27 arresti – tra cui quattro minorenni – ha svelato un sistema di affiliazione e controllo basato su simboli e rituali che lasciano poco spazio ai dubbi. Tra gli arrestati, un 17enne, figlio di un affiliato deceduto in circostanze violente, portava sulla pelle il tatuaggio “Cipolletta”, marchio indelebile di fedeltà alla cosca. Non un semplice disegno, ma un segno di appartenenza che, insieme al numero “219”, rappresenta un vero e proprio codice identificativo.

Le intercettazioni telefoniche, che hanno giocato un ruolo cruciale nell’inchiesta, hanno restituito un quadro inquietante. In una delle conversazioni, un uomo, durante una videochiamata con il nipotino di appena tre anni, incita il bambino a ripetere frasi come “Sparo ai poliziotti… vicino alla chiesa”. Un dialogo che, oltre a far rabbrividire, dimostra come la cultura della violenza venga trasmessa fin dalla più tenera età, alimentando un ciclo di odio e vendetta che sembra non avere fine.

Tra gli arrestati figurano anche altri tre minorenni, tutti già inseriti nel meccanismo criminale dei clan. Uno di loro, un baby manovale dell’universo camorristico, aveva scelto di tatuarsi il nome del clan e il rione di residenza, quasi a voler ribadire la propria identità in un contesto in cui la lealtà alla famiglia criminale prevale su ogni altra cosa. Un’adesione che, per molti di questi giovani, rappresenta l’unica via di fuga da un destino già segnato dalla povertà e dall’emarginazione.

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