Il peso delle parole: quelle intercettazioni su Borsellino che tornano in commissione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’audio, o meglio il frammento di una conversazione intercettata che nessuno si aspettava di riascoltare in un’aula parlamentare, ha riaperto una crepa profonda nel racconto pubblico della lotta alla mafia. Nel mirino, questa volta, non sono i boss o i loro prestanome, bensì due magistrati – uno dei quali, tra l’altro, attualmente in servizio – le cui parole, pronunciate in un contesto privato e poi finite agli atti, hanno innescato una reazione politica immediata. Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, con una durezza che non lascia spazio a interpretazioni ambigue, ha chiesto alla Commissione Antimafia di procedere senza tentennamenti: «Si evince che nel triangolo telefonico Scarpinato-Natoli-Caselli, si è cercato di avviare una strategia di dura contestazione nei confronti della Commissione Antimafia». Le carte, ora, sono sul tavolo di chi indaga.

«Un gran coglione come me»: la frase choc su Paolo Borsellino

Il nocciolo della vicenda risiede in una conversazione intercettata tra due figure note del panorama giudiziario italiano – Antonio Natoli e Roberto Scarpinato – nella quale si fa esplicitamente riferimento a Paolo Borsellino, il magistrato ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992. La frase, riportata per intero dagli atti, suona come una lama: «O Paolo Borsellino, buonanima, era pure lui un grande coglione come me che aveva il grande maestro della massoneria col muro confinante e non se n’era mai accorto oppure Palermo è questa!!!». L’espressione, carica di una brutalità lessicale che ha subito fatto il giro dei media, non si ferma qui. I due, nella stessa intercettazione, si lasciano andare a un paragone al limite del grottesco: «Se io muoio, i miei figli potranno andare a fare le conferenze nell’Anm alla pari di Manfredi Borsellino con capacità argomentative ben superiori a quelle di Manfredi! È chiaro? picchì iddu ppì ora che ave? u vantaggio che so patre murìu e iu ristavu vivu?!».

Il caso sollevato dal Giornale e la reazione di Gasparri

A dare la scossa, pubblicando per primo il contenuto di quelle intercettazioni, è stato il quotidiano *il Giornale*. La notizia, nell’arco di poche ore, ha varcato i confini della cronaca giudiziaria per diventare un caso politico. Gasparri, senatore di lungo corso e con un passato da ministro, non ha usato giri di parole: «La Commissione Antimafia vada avanti e indaghi sul ruolo ambiguo di Natoli e Scarpinato ma anche su Caselli e Pignatone». Una richiesta che allarga il perimetro dell’inchiesta, coinvolgendo altri due ex magistrati di peso – Gian Carlo Caselli e Giuseppe Pignatone – e che trasforma un frammento di dialogo in un potenziale grimaldello per ridefinire l’operato di chi, per decenni, ha guidato le procure antimafia.

La gestione del centralino e l’altro annuncio: due mondi lontani

Mentre a Roma la Commissione Antimafia si prepara a vagliare quei verbali, un annuncio di lavoro apparentemente lontanissimo – ma che pure racconta un’Italia concreta – viene diffuso da Punto 100 per conto di una multinazionale della grande distribuzione organizzata. La sede è Terni, la figura cercata è un impiegato o un’impiegata per il centralino telefonico. Si richiede una persona capace di gestire le chiamate in entrata, fornire assistenza ai clienti, smistare segnalazioni e rispondere a richieste di informazioni con cortesia ed efficienza. Nessuna intercettazione, nessuna polemica: solo un servizio da rendere all’utenza. Eppure, anche lì, si parla di ascolto. Di un filo che si tende tra chi chiama e chi risponde. Con una differenza sostanziale: in quel caso le parole non vengono registrate, né tantomeno finite in un fascicolo.

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