La corrente “Magistratura indipendente” si dissocia dalle offese a Borsellino e ai familiari, mentre sul senatore Scarpinato pesano i retroscena delle 33 telefonate con l’ex pm Natoli

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La presa di posizione arriva netta, a scanso di ogni possibile equivoco, da una delle correnti storiche della magistratura italiana. “Magistratura indipendente”, in un comunicato firmato dalla presidente Loredana Miccichè e dal vice segretario generale Giampaolo Fabrizi, ha rotto il silenzio per ribadire un concetto che, a trent’anni dalla strage di via D’Amelio, dovrebbe apparire scontato ma che evidentemente non lo è: Paolo Borsellino non appartiene alla storia di una famiglia, né a quella di una corrente o di una stagione politica, bensì all’intero paese. La presa di distanza, chiarissima, riguarda le frasi pesanti pronunciate nei confronti del giudice e della sua famiglia – in particolare di Manfredi e del legale Fabio Trizzino, genero del magistrato – emerse nel corso di un’inchiesta della procura di Caltanissetta. Quelle stesse intercettazioni, che vedono protagonisti l’ex magistrato e oggi senatore del Movimento 5 Stelle Roberto Scarpinato e il suo ex collega Gioacchino Natoli, stanno alimentando un acceso dibattito politico-giudiziario, reso ancora più rovente dai silenzi e dalle reazioni difensive del mondo pentastellato.

Le 33 telefonate e il “copione” concordato in commissione

Al centro del ciclone mediatico, che ha visto i quotidiani “Il Giornale” e “Il Tempo” pubblicare stralci delle conversazioni, non ci sono solo gli insulti gratuiti, che sarebbero comunque inaccettabili per chi ha dedicato la vita alla lotta contro Cosa Nostra. Ciò che maggiormente scotta, sul piano dell’etica istituzionale, è il metodo utilizzato dal senatore Scarpinato per preparare l’audizione di Natoli davanti alla Commissione Antimafia. Secondo gli atti investigativi coordinati dal procuratore Salvatore De Luca, tra il parlamentare e l’ex pm non ci sarebbero state una o due semplici chiacchierate, bensì una fitta rete di contatti: trentatré telefonate nell’arco di diciotto mesi, oltre a una cena preparatoria. I pm scrivono chiaramente che la “quasi totalità” di queste conversazioni non verteva sulle indagini del procedimento “Mafia Appalti”, bensì sugli “accordi presi dagli stessi circa l’attività da svolgere da parte di ciascuno di loro nell’ambito della Commissione d’inchiesta”. In pratica, Scarpinato avrebbe “incaricato” Natoli di sondare il terreno e, in alcuni casi, lo avrebbe istruito su come rispondere, creando un cortocircuito tra il ruolo di indagatore e quello di parlamentare che dovrebbe vigilare.

La difesa di Scarpinato e il bavaglio dei 5 stelle

Di fronte alla bufera, il senatore del Movimento 5 Stelle ha inizialmente evitato di rispondere alle richieste di chiarimento dei giornali, per poi affidare la sua replica a una nota ufficiale. Scarpinato respinge le accuse di “accordo fraudolento” e sostiene che le conversazioni con Natoli fossero finalizzate semplicemente ad accertare una verità processuale: quella relativa a una riunione del 14 luglio 1992 in cui, secondo la sua versione, Borsellino sarebbe stato informato di una richiesta di archiviazione nel filone “Mafia Appalti”. Il senatore parla di “fake news” e attacca i media vicini alla maggioranza, accusandoli di stravolgere le regole del contraddittorio. Una linea difensiva che sembra fare blocco nel partito: i capigruppo Luca Pirondini e Riccardo Ricciardi hanno parlato di “campagna di fango” e di un “copione logoro e ripetitivo”, mettendo nel mirino la libertà di stampa e definendo le pubblicazioni come mero rumore di propaganda.

Le parole choc e il silenzio del mondo politico (e dell’Anm)

Se la politica, in particolare la sinistra, è rimasta in larga parte in silenzio di fronte alle volgarità rivolte alla memoria di Borsellino – definite da alcuni esponenti della maggioranza come “sconvolgenti” e “incredibili” – non è mancata la reazione di alcuni membri del Consiglio Superiore della Magistratura. Il presidente della Quinta commissione del Csm, Felice Giuffrè, ha subito preso le distanze dalle frasi pronunciate da Natoli, quelle in cui l’ex magistrato definiva il giudice con epiteti ingiuriosi e derideva i familiari. “Anche chi non conosce la famiglia di Paolo Borsellino – ha osservato il membro togato Bernadette Nicotra – non avrebbe mai pensato di pronunciare certe parole, che sono un oltraggio alla memoria di un uomo che prima di essere un grande magistrato è stato un marito e padre esemplare”. L’associazione nazionale magistrati (Anm), invece, pur coinvolta indirettamente dalla vicenda, non ha ancora alzato la voce in modo ufficiale, lasciando che fosse la corrente interna “Magistratura Indipendente” a fare da apripista nella condanna morale.

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