«Scarpinato riferisca in antimafia»: il centrodestra stana l’ex pm dopo le rivelazioni del Giornale su Borsellino

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Non è certo la prima volta che un’inchiesta giornalistica rischia di scardinare certezze sedimentate da decenni, ma stavolta il materiale – scartoffie giudiziarie e intercettazioni – ha il peso specifico della carta timbrata. Il centrodestra, compatto, chiede che il senatore del Movimento 5 Stelle Roberto Scarpinato venga ascoltato dalla commissione parlamentare Antimafia, e la richiesta non è un semplice atto politico: fa leva su un documento esclusivo pubblicato dal Giornale, quel foglio firmato dal tribunale di Palermo che getta una luce cruda sulle ultime ore di Paolo Borsellino. Il 18 luglio 1992, a nemmeno ventiquattr’ore dalla strage di via D’Amelio, il giudice prelevò un fascicolo specifico. Non uno qualunque, bensì quello relativo all’omicidio di Luigi Ranieri, imprenditore palermitano ucciso da Cosa Nostra per essersi opposto al pizzo e alle logiche degli appalti. Un dettaglio che, a conti fatti, trasforma l’ultimo gesto d’ufficio di Borsellino in un’indicazione di percorso: stava seguendo la pista “mafia-appalti” fino all’ultimo respiro.

L’ombra lunga dell’archiviazione e il nodo Scarpinato

Quel fascicolo, secondo la ricostruzione che emerge dalla carta intestata del tribunale, non si trovava più al suo posto quando venne richiesto; al suo posto c’era un foglio, con la firma autografa del magistrato, che certificava il prelievo avvenuto proprio il giorno prima dell’attentato. La domanda, a questo punto, sorge spontanea: cosa stava cercando di portare a termine Borsellino, e chi avrebbe potuto avere interesse a che quelle carte scomparissero nel caos successivo alla sua morte? Il centrodestra, per bocca dei propri rappresentanti in commissione, ha già trasformato l’indizio in un atto d’accusa politico. Se Borsellino si stava occupando attivamente di quel dossier, sostengono, allora chi – come Scarpinato – firmò pochi giorni prima la richiesta di archiviazione di una parte rilevante di quell’inchiesta, non può oggi sedersi tra i commissari che indagano sugli stessi depistaggi senza rispondere delle sue contraddizioni. L’ex pm diventato senatore, dal canto suo, respinge al mittente l’accusa di conflitto d’interessi e ribatte che Borsellino era perfettamente a conoscenza della richiesta di archiviazione, citando verbali di riunioni del 14 luglio 1992 e testimonianze rese sotto giuramento da altri magistrati. Ma i suoi stessi colloqui con l’ex collega Gioacchino Natoli – finito sotto inchiesta per favoreggiamento alla mafia – lo hanno messo con le spalle al muro.

Le parole che scottano e il muro di gomma dei Cinque Stelle

Non si tratta più solo di tecnicismi giudiziari. Il fronte dell’indignazione si è allargato a macchia d’olio quando dalle intercettazioni sono affiorate le frasi che Natoli ha riservato alla memoria di Borsellino e, in particolare, a suo figlio Manfredi. Parole che il presidente dell’Anm, Giuseppe Tango, ha definito indegne, dichiarando pubblicamente la propria vicinanza alla famiglia del giudice ucciso: «Sono vicino alla famiglia Borsellino, con la stima e l’affetto che abbiamo dimostrato in questi anni e che continueremo a dimostrare con i fatti», ha detto Tango, prendendo le distanze da un linguaggio che ha definito “oltraggioso”. La politica, però, procede a due velocità. Da un lato, Fratelli d’Italia è lapidario: Scarpinato deve dimettersi, perché non si può conciliare il ruolo di garante dell’antimafia con quello di chi “apparecchia” le audizioni in commissione – come nel caso di quella concordata con Natoli, dove i due si sarebbero scambiati non una, ma decine di telefonate per preparare le domande e le risposte. Dall’altro, il M5S ha scelto la linea della trincea. La senatrice Dolores Bevilacqua, ad esempio, ha attaccato il direttore del Giornale accusandolo di «mistificazione» e di voler «cecchinare» Scarpinato, un senatore che – a suo dire – continua a vivere «come una spina nel fianco» del sistema.

Un silenzio che diventa assordante

A far discutere, nei corridoi del Parlamento e nelle stanze della magistratura, è anche il silenzio di chi, in questo frangente, non ha ancora trovato la voce. Felice Giuffrè, figura di spicco del Consiglio Superiore della Magistratura, non ha nascosto il suo stupore per la mancata presa di posizione immediata da parte di alcune correnti dell’Associazione Nazionale Magistrati, sottolineando come ci siano «limiti che il confronto pubblico non può valicare» e che offendere quella memoria significa indebolire un patrimonio etico che appartiene all’intero Paese. E se l’Anm, dopo qualche tentennamento, è comunque intervenuta per condannare le offese, nel perimetro della sinistra e del Movimento 5 Stelle il silenzio resta l’opzione prevalente. Nessuna dichiarazione ufficiale di condanna per quelle frasi, né tantomeno un invito a Scarpinato a chiarire la propria posizione. Una scelta, questa del mutismo, che rischia di pesare più di qualsiasi smentita.

Il documento che riapre il caso Ranieri

Al cuore della bufera, però, restano i fatti. Il documento pubblicato dal Giornale – datato 17 ottobre 1992 e firmato dal procuratore Vittorio Aliquò – fu indirizzato al procuratore di Caltanissetta per segnalare proprio l’anomalia: il fascicolo Ranieri non c’era più. Era stato sostituito da una semplice attestazione di prelievo firmata da Borsellino il giorno prima della sua uccisione. Ranieri, per chi non lo ricordasse, era un imprenditore che aveva avuto il coraggio di denunciare le pressioni mafiose, finendo assassinato; la sua vicenda era un tassello fondamentale del puzzle sugli appalti truccati. La circostanza che Borsellino avesse richiesto proprio quelle carte la vigilia della sua morte – e che quelle carte, successivamente, risultassero irreperibili – rafforza la tesi di chi sostiene che il magistrato stesse seguendo un filone scomodo, forse troppo scomodo. Ecco perché la richiesta di audizione di Scarpinato non è solo tattica parlamentare: è la conseguenza logica di una rivelazione che scardina la versione ufficiosa di un Borsellino distratto o disinformato. Lui, invece, c’era, e stava lavorando. Oggi, chi condivideva con Natoli strategie difensive e insulti privati, dovrà rispondere di quella distanza tra il Borsellino reale e quello raccontato nelle intercettazioni.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.