La difesa a spada tratta dei 5S per Scarpinato e il siluro delle toghe: “Rammarico” per gli apprezzamenti su Borsellino
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Redazione Interno
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La vicenda che avvolge il senatore del Movimento 5 Stelle, Roberto Scarpinato, e le sue conversazioni con l’ex magistrato Gioacchino Natoli – finito sotto la lente degli inquirenti per il filone “mafia-appalti” – non accenna a placarsi, anzi, registra in queste ore nuove e significative tensioni sul fronte politico e giudiziario. Mentre i capigruppo pentastellati tentano di blindare il loro esponente, ergendo un muro verbale contro quella che definiscono una “campagna di fango” orchestrata dalla stampa, dall’altro lato arrivano bordate inattese persino da chi quella toga l’ha indossata per anni. Se la politica, come vedremo, sceglie la linea dura dello scontro frontale con gli organi di informazione, il mondo della magistratura associata prende le distanze in modo netto dal tenore delle frasi emerse, gettando ombre ulteriori sul comportamento del senatore e del suo interlocutore.
L’assalto dei 5S al Giornale: accuse di “fango” e il silenzio sui contenuti
La reazione del Movimento 5 Stelle non si è fatta attendere, ed è stata affidata alla voce dei capigruppo di Camera e Senato, i quali hanno tentato di ribaltare la narrazione puntando il dito contro chi ha rivelato i retroscena. I vertici pentastellati, invece di entrare nel merito delle intercettazioni pubblicate – quelle stesse conversazioni in cui Scarpinato e Natoli discutevano di strategie processuali e di audizioni in commissione – hanno preferito attaccare i giornali definendoli “redazioni uniche” vicine alla maggioranza di destra. Hanno parlato apertamente di una “campagna di fango” ripetitiva e logora, sostenendo che quanto pubblicato non conterrebbe alcuna novità se non quella di alimentare una polemica sterile.
Tuttavia, questa linea difensiva, per quanto roboante, mostra una crepa evidente: nessuno dei rappresentanti del Movimento ha inteso rispondere puntualmente alle domande che quei fogli hanno sollevato. Perché, ci si chiede, se si tratta solo di fango, non si chiarisce una volta per tutte il famoso retroscena legato all’audizione di Natoli? E proprio su questo punto che il fronte dell’informazione, rappresentato dall’editore Angelucci, ha risposto per le rime, ricordando come la libertà di stampa – sancita dall’articolo 21 della Costituzione – rappresenti un “presidio irrinunciabile di garanzia e controllo democratico”. Nessuna democrazia, è stato il monito, può tollerare un tentativo di delegittimazione del lavoro giornalistico quando questo si limita a portare alla luce fatti di rilevanza pubblica.
L’affondo sull’audizione “preparata” e il giallo delle telefonate senza risposta
Ma al di là degli slogan, sono i fatti concreti a pesare come un macigno. L’articolo di fondo pubblicato dal Giornale sottolinea come i 5 Stelle abbiano evitato accuratamente di affrontare l’unico nodo realmente decisivo: chiedere le dimissioni dei propri membri coinvolti per consentire loro di parlare liberamente. E questo perché le intercettazioni in possesso della procura di Caltanissetta raccontano una dinamica precisa e imbarazzante. Scarpinato, da parte sua, ha scelto la via del silenzio stampa, non rispondendo alle telefonate e alle richieste di chiarimento dei cronisti, dopo averli accusati in una nota ufficiale di essere “vicini alla maggioranza”.
La contraddizione che emerge è lampante e riguarda la versione dei fatti sulla richiesta di audizione di Gioacchino Natoli. Scarpinato aveva sostenuto pubblicamente che l’ex magistrato avesse chiesto di essere sentito “di sua sponte”, ovvero di propria iniziativa. Peccato che le verifiche effettuate – e pubblicate sui quotidiani – dimostrino esattamente il contrario: la richiesta formale non partì da Natoli, ma fu innescata da una sollecitazione dei membri pentastellati della Commissione Antimafia, tra cui lo stesso Scarpinato. Solo in un secondo momento, dopo quella pressione, Natoli ufficializzò la sua disponibilità. Questa discrepanza non è un dettaglio da poco, perché getta una luce sinistra sulla presunta “spontaneità” delle dichiarazioni che l’ex magistrato avrebbe dovuto rendere.
Il fuoco amico della magistratura: “Rammarico” per gli apprezzamenti su Borsellino
Se il fronte politico è blindato, lo stesso non si può dire di quello giudiziario. A rompere il silenzio non è stato solo l’editore Angelucci, ma anche una voce autorevole proveniente dal Consiglio Superiore della Magistratura. Attraverso l’associazione “Magistratura Indipendente”, è arrivata una nota che esprime “rammarico per il tenore degli apprezzamenti” rivolti alla figura di Paolo Borsellino e alla sua famiglia. Un passaggio, questo, che suona come una pesante stigmatizzazione del linguaggio utilizzato da Natoli e, di riflesso, della vicinanza di Scarpinato a quell’ambiente.
Le intercettazioni, lo ricordiamo, rivelano un clima di disprezzo inaudito. Natoli, parlando con Scarpinato, non solo derideva l’operato degli inquirenti di Caltanissetta, definendoli sprovvisti di “massa critica”, ma si lasciava andare a giudizi pesantissimi sulla famiglia dell’eroe della scorta. L’ex magistrato ha avuto parole durissime per i figli di Borsellino, arrivando a mettere in dubbio la buona fede della loro testimonianza pubblica, insinuando che godessero di “privilegi” derivanti dal lutto. Un oltraggio che la stessa famiglia Borsellino ha respinto con fermezza e dignità, sottolineando come certe frasi fossero “deprecabili” e mai avrebbero dovuto essere pensate da chi conosceva la statura morale del giudice.
Le parole di Scarpinato e l’elusione del merito nelle intercettazioni
Di fronte all’evidenza, l’unica difesa del senatore è stata quella di ribadire che la riunione del 14 luglio 1992 – quella in cui si discusse delle archiviazioni nel filone “mafia-appalti” – informò adeguatamente Borsellino, sostenendo che chi afferma il contrario diffonde fake news. Una linea difensiva tecnica, quella di Scarpinato, che però non scalfisce il cuore dell’accusa giornalistica: la concertazione preventiva. Il problema non è se Borsellino fosse informato o meno di un atto processuale, ma il fatto che un parlamentare della Repubblica, membro di una Commissione Antimafia, abbia concordato a tavolino con un soggetto indagato (Natoli era indagato per favoreggiamento) le domande e le risposte da fornire in seduta pubblica.
In quelle conversazioni, Scarpinato suggeriva a Natoli la postura da tenere: “Devi essere sereno… ed essere indignato”. Gli spiegava che gli avrebbe “alzato la palla” per permettergli di introdurre determinate tesi difensive. Ecco perché l’editore e i cronisti hanno parlato di tentativo di depistaggio. Il Movimento 5 Stelle chiede a gran voce scuse per la “campagna di fango”, ma non riesce a spiegare perché un senatore dovesse istruire un testimone su come indignarsi o su come raccontare una versione dei fatti che, nei fatti, non corrispondeva alla genesi reale dell’audizione. Fino a quando non verranno fornite risposte su questi specifici comportamenti, l’ombra del dubbio rimarrà a offuscare non solo la figura del singolo parlamentare, ma l’intera credibilità dell’organo che rappresenta.




