Il fascicolo “sparito” di Borsellino e le 33 telefonate: il centrodestra stana Scarpinato in antimafia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’ombra lunga del 19 luglio 1992 si riallunga sulla politica romana, e a distanza di oltre trent’anni sono i documenti d’archivio a parlare. Il centrodestra, compatto, ha chiesto ufficialmente che il senatore del Movimento 5 Stelle Roberto Scarpinato – ex magistrato con un passato pesante in Procura a Palermo – riferisca immediatamente in commissione Antimafia. La richiesta, avanzata con forza da Fratelli d’Italia e Forza Italia, non nasce dal nulla, bensì da una rivelazione giornalistica precisa: un verbale custodito per decenni negli armadi del tribunale di Palermo dimostrerebbe che Paolo Borsellino, il giorno prima di saltare in aria in via D’Amelio, prelevò un fascicolo destinato a diventare un’ombra nel sistema giudiziario.

Quel fascicolo, secondo quanto ricostruito dalla stampa, riguardava l’omicidio di un noto imprenditore palermitano, Ranieri Luigi, ucciso da Cosa Nostra per la sua resistenza alle pressioni estorsive; un caso, quest’ultimo, che si legava a doppio filo al sistema degli appalti e che Borsellino evidentemente riteneva cruciale. Il documento, come riferito dallo stesso titolo che ne ha ottenuto l’esclusiva, sarebbe stato materialmente rimosso dal suo posto e, nei giorni successivi alla strage, non sarebbe più stato riconsegnato agli atti, quasi che qualcuno avesse interesse a far sparire le tracce di quelle ultime letture del giudice.

L’affaire Natoli e le conversazioni “depistanti”

Parallelamente alla scoperta d’archivio, emerge il retroscena giudiziario che riguarda da vicino la condotta del senatore Scarpinato. Sono ben trentatré le telefonate intercorse tra Scarpinato e l’ex procuratore Gioacchino Natoli – quest’ultimo finito sotto inchiesta per favoreggiamento nell’ambito del filone “mafia-appalti” – e il contenuto di quei colloqui, finito sotto la lente della procura di Caltanissetta, appare tutt’altro che casuale. Gli inquirenti, coordinati dal procuratore Salvatore De Luca, hanno annotato come la quasi totalità delle conversazioni non riguardasse il merito delle indagini, bensì “gli accordi presi dagli stessi circa l’attività da svolgere da parte di ciascuno di loro nell’ambito della Commissione d’inchiesta”.

Una condotta, quella descritta dalle carte, che gli stessi magistrati nisseni non hanno esitato a definire concretamente “depistante”, seppur non costituente reato di per sé. Non si trattava, insomma, di un semplice scambio di opinioni tra vecchi colleghi o amici, come invece ha provato a minimizzare il leader pentastellato Giuseppe Conte intervenuto in radio; per i pm, quelle telefonate servivano a “apparecchiare” l’audizione, a preparare le domande e, in alcuni casi, a suggerire le risposte che Natoli avrebbe dovuto fornire una volta seduto davanti alla commissione.

La difesa di Conte e il fuoco di sbarramento dei 5 Stelle

La reazione del Movimento 5 Stelle, prevedibilmente, non si è fatta attendere, anche se ha assunto i contorni di un attacco frontale alla libertà di stampa piuttosto che di una difesa sostanziale dei fatti. Il leader Giuseppe Conte, intervenendo a “Il Rosso e il Nero” su Radio Rai 1, ha respinto al mittente qualsiasi accusa di opacità, liquidando la vicenda con un argomento di carattere personale: “Sono amici da trent’anni” ha dichiarato, sostenendo che non vi fosse alcuna ombra in quelle conversazioni.

Più dura, e forse più rivelatrice dello stato d’animo che regna nel gruppo pentastellato, è stata la senatrice Dolores Bevilacqua. La parlamentare ha attaccato direttamente il direttore del Giornale, Tommaso Cerno, accusandolo di “mistificazione e imbroglio” e descrivendo l’inchiesta come un tentativo di “cecchinare” Scarpinato, definito “una spina nel fianco” per il centrodestra. Una posizione, quest’ultima, che ha scatenato la reazione indignata degli avversari politici: Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, ha parlato di atteggiamento “vergognoso”, ricordando al M5S che la libertà di stampa “vale anche per chi riporta notizie scomode”.

La “palla alzata” e lo strappo nella prassi istituzionale

Se la politica arroventa lo scontro, sono le parole intercettate a dipingere il quadro più vivido di quello che accadeva dietro le quinte. In una delle conversazioni, Scarpinato spiega dettagliatamente a Natoli come condurre l’audizione: “Io ti faccio una domanda. Quali erano i suoi rapporti con Borsellino?” suggerisce il senatore, per poi aggiungere: “Tu mi devi dire che ci fu un’esposizione anche del fatto che c’era stata la richiesta di archiviazione”. Natoli, dal canto suo, chiede conferma su come “introdurre” il discorso, ricevendo istruzioni su misura.

Un modus operandi che ha sollevato più di una perplessità persino tra i colleghi giornalisti di testate non allineate. Lirio Abbate, intervenuto a “Far West” su Rai 3, è stato categorico nel definire la pratica quantomeno scorretta: “Se sei un testimone e quella è una commissione di inchiesta, i testimoni non dovrebbero concordare nulla, quindi in quel caso non si doveva fare alcuna telefonata, né alzata di palla”. Una frase, quella della “palla alzata” – utilizzata dagli stessi magistrati per descrivere il loro gioco di squadra – che rischia ora di diventare il simbolo di una stagione in cui i confini tra chi indaga, chi è indagato e chi dovrebbe vigilare sono apparsi improvvisamente molto labili.

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