Il M5S difende Scarpinato e attacca i giornali, ma le intercettazioni sul caso Natoli e mafia-appalti restano un macigno
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Redazione Interno
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Il tentativo, da parte dei vertici del Movimento 5 Stelle, di archiviare la vicenda che coinvolge il senatore Roberto Scarpinato etichettandola come una semplice “campagna di fango” giornalistica, si scontra con la durezza dei fatti emersi dalle carte giudiziarie. I capigruppo Luca Pirondini e Riccardo Ricciardi, in una nota diffusa nelle ultime ore, hanno scelto la strada dell’attacco frontale contro le testate che hanno pubblicato le intercettazioni, parlando di “redazioni uniche” e propaganda, ma è proprio l’assenza di una replica nel merito a suonare come una conferma indiretta delle rivelazioni. L’editore del Giornale, Angelucci, ha replicato seccamente, ricordando come nessuna democrazia possa tollerare tentativi di delegittimazione verso chi esercita il diritto di cronaca, un presidio tutelato dall’articolo 21 della Costituzione; una solidarietà, quest’ultima, che è arrivata anche da esponenti politici come Galeazzo Bignami e dall’Istituto Milton Friedman, i quali hanno stigmatizzato l’accusa di “fango” definendola un vero e proprio editto contro la libertà di stampa.
Le telefonate e il “metodo” Scarpinato
Il cuore della polemica, che il M5S cerca disperatamente di evitare, non riguarda opinioni, ma conversazioni registrate. Le intercettazioni pubblicate da Il Giornale e Il Tempo raccontano di un senatore in carica, componente della Commissione Antimafia, intento a “preparare” l’audizione dell’ex magistrato Gioacchino Natoli. L’ex procuratore, oggi parlamentare, viene ripreso mentre suggerisce all’audito come rispondere alle domande (“Io ti faccio una domanda!” dice Scarpinato, e Natoli replica “Tu mi devi alzare la palla!”), concordando di fatto una strategia difensiva per affrontare il tema caldo del filone “mafia-appalti”. Se i 5 Stelle definiscono questa prassi come normale amministrazione – sostenendo che si trattasse semplicemente di “replicare in commissione ciò che gli veniva riferito al telefono” – la Procura di Caltanissetta, che ha indagato a lungo sul depistaggio delle stragi, ha avuto un’opinione diametralmente opposta, parlando esplicitamente di un’attività “depistante” messa in atto in seno all’organismo parlamentare.
Il nodo Borsellino e la riunione del 14 luglio
Ma c’è un aspetto ancora più grave, che rende la difesa a oltranza dei pentastellati particolarmente scomoda, ed è il legame con la memoria di Paolo Borsellino. Oltre alle frasi irriguardose pronunciate da Natoli – che arrivano a definire il giudice e i suoi familiari in termini decisamente spregiativi – emerge la questione giudiziaria sulla mancata comunicazione dell’archiviazione del dossier “mafia-appalti” al pool antimafia. Scarpinato si è affrettato a smentire, sostenendo che si tratti di una “fake news” e che Borsellino fosse stato informato nella riunione del 14 luglio 1992. Tuttavia, la ricostruzione dei pm di Caltanissetta, firmata dal procuratore De Luca, è di segno opposto: gli inquirenti scrivono nero su bianco che in quella riunione, tenutasi a cinque giorni dalla strage di via D’Amelio, la richiesta di archiviazione fu “nascosta” a Borsellino. Persino il procuratore Patronaggio, ascoltato nel 2023 dopo trent’anni, ha mostrato una memoria “singolarmente” più nitida rispetto all’audizione del 1992, un’anomalia che per i magistrati solleva più di un dubbio.
Una replica che non entra nel merito
Davanti alla concretezza degli atti processuali – dove si parla di 33 telefonate tra Scarpinato e Natoli, la cui “quasi totalità” riguardava gli accordi in Commissione e non le indagini -2 – il silenzio del M5S sul merito è assordante. Invece di chiedere chiarimenti o, come qualcuno suggerisce, di valutare le dimissioni dei propri membri per consentire loro di parlare senza il parafulmine del parlamentare, i capigruppo hanno preferito la polemica sterile. La definizione di “campagna di fango”, in questo contesto, appare quantomeno paradossale: se la pubblicazione di intercettazioni autorizzate dalla magistratura è fango, allora lo è anche la verità che emerge dai verbali. E in una democrazia, delegittimare chi porta alla luce quelle carte, come ha ricordato Angelucci, è un gioco che si rivela molto più pericoloso per chi lo pratica che per chi lo subisce.




