Il generale Mori scarica la patata bollente: “Su Scarpinato parlano i magistrati, non io”
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Redazione Interno
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Il fuoco incrociato sulle stragi del 1992 – e su chi tentò di insabbiare il filone “mafia-appalti” – continua a divampare nello scenario politico, con il Movimento 5 Stelle che prova a cambiare bersaglio dopo l’ultima inchiesta de Il Giornale. In un clima ormai incandescente, dove le intercettazioni che coinvolgono il senatore pentastellato Roberto Scarpinato e l’ex magistrato Gioacchino Natoli hanno scoperchiato un vaso di Pandora fatto di conversazioni imbarazzanti e presunte regie occulte in Commissione Antimafia, le parole del generale dei carabinieri Mario Mori suonano come una doccia gelata per i tentativi di delegittimazione messi in campo dai grillini.
L’attacco di Gubitosa e la risposta secca del generale
Il deputato pentastellato Michele Gubitosa, membro della Commissione Antimafia, aveva provato a ribaltare la prospettiva nei giorni scorsi, sostenendo che “da tempo la maggioranza, insieme al generale Mori, sta cercando di scrivere una verità di comodo, farlocca e semplicistica” riguardo alla strage di via D’Amelio. Secondo la sua ricostruzione, si tratterebbe di un tentativo di liquidare la mattanza solo come un affare di appalti sporchi, dimenticando volutamente il ruolo della vecchia politica democristiana e dei mafiosi di stampo tradizionale.
Intervenuto direttamente per rispondere al collega Filippo Facci, Mori ha però tagliato corto con la consueta schiettezza militare, spiegando che non ha mai formulato accuse personali al senatore Scarpinato. “Le recenti considerazioni sull’attività del senatore Scarpinato non le ho fatte io, bensì 4 magistrati della Procura della Repubblica di Caltanissetta”. Un passaggio, questo, che sposta il baricentro della polemica dallo scontro politico al cuore dell’inchiesta giudiziaria.
La posizione della procura e il “grado di attendibilità”
A parlare, quindi, non sarebbe un generale in pensione schierato, ma il procuratore Salvatore De Luca in persona. Il capo dei magistrati nisseni, infatti, ha ribadito senza mezzi termini che “a nome del Gruppo stragi della Procura di Caltanissetta riteniamo che vi siano dei concreti, univoci, plurimi, elementi per affermare che la gestione del procedimento 'mafia appalti' sia stata una sicura concausa della strage di via D'Amelio”. De Luca ha quantificato questo legame con un “elevato grado di attendibilità” per l’omicidio di Borsellino, ammettendo una percentuale leggermente inferiore, ma comunque rilevante, anche per la strage di Capaci che uccise Giovanni Falcone.
Queste dichiarazioni – che non sono semplici chiacchiere da salotto ma atti formali di un ufficio giudiziario – finiscono per rendere sempre più difficile la posizione di Scarpinato, il quale continua a respingere le accuse rifugiandosi dietro cavilli procedurali sul rischio del “processo mediatico”.
Il caso Farwest e le intercettazioni scomode
Il fronte della controinformazione si è allargato ulteriormente nella serata del 21 aprile, quando la trasmissione “Farwest” condotta da Salvo Sottile su Rai 3 ha dedicato ampi spazi al dossier “mafia-appalti”. Nel programma sono state messe in onda nuove parti delle conversazioni intercettate – quelle stesse che vedrebbero Scarpinato e Natoli alle prese con la strategia da tenere davanti alla Commissione – e un inviato ha addirittura raggiunto il giudice Natoli per chiedergli conto delle affermazioni pesanti, se non addirittura volgari, rivolte alla memoria di Paolo Borsellino. L’ex magistrato, messo alle corde, ha mostrato segni di evidente imbarazzo balbettando davanti alle telecamere.
Mentre il Movimento 5 Stelle continua a definire queste rivelazioni “una campagna di fango” orchestrata dalla stampa di destra, l’effetto concreto sul piano investigativo sembra essere opposto: la Procura di Caltanissetta, lungi dall’archiviare il tutto, ha già chiesto al gip di valutare gli atti, e le parole di Mori – che si limitano a girarle come testimone – restituiscono l’immagine di un fronte giudiziario ben saldo sulle proprie posizioni. La “verità farlocca”, a questo punto, pare essere più nei comunicati stampa dei pentastellati che nelle carte dei magistrati.




