Il generale Mori al Giornale: "Le considerazioni su Scarpinato? Le hanno fatte 4 magistrati, non io"
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Redazione Interno
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Il generale Mario Mori, tornato al centro di un vivace dibattito politico-giudiziario, ha risposto a stretto giro di posta alle accuse provenienti dal Movimento 5 Stelle. Una replica, la sua, che non lascia spazio a fraintendimenti e che sposta il fulcro della discussione laddove, a suo avviso, dovrebbe sempre stare: dentro le aule di giustizia, lontano dalle polemiche di partito. A scatenare la reazione del generale, come documenta l’inchiesta de il Giornale, era stato un attacco frontale del deputato pentastellato Michele Gubitosa, membro della commissione Antimafia, secondo cui “da tempo la maggioranza, insieme al generale Mori, sta cercando di scrivere una verità di comodo, farlocca e semplicistica” riguardo alla strage di via D’Amelio, riducendo il tutto a un giro di appalti che coinvolgeva vecchi politici e imprenditori collusi. Mori, tuttavia, ha prontamente respinto al mittente l’accusa, precisando che quelle che i 5 Stelle gli attribuiscono non sono affatto le sue parole.
Un silenzio rotto dalle carte processuali
In un intervento chiarificatore, l’ex comandante del Ros ha voluto rimarcare un dettaglio non secondario, che rischiava di perdersi nel tiro alla fune delle dichiarazioni pubbliche: le recenti considerazioni sull’operato del senatore Scarpinato, infatti, non provengono dalla sua penna né dalla sua voce, bensì da quattro magistrati della Procura della Repubblica di Caltanissetta. Un passaggio, questo, che getta una luce diversa sulla querelle, trasformando quella che appariva come una resa dei conti politica in un confronto aspro tra diverse interpretazioni della verità giudiziaria. A parlare, nelle intenzioni di Mori, non è il militare in pensione, ma l’eco di un fascicolo che pesa come un macigno, quello sul dossier “mafia-appalti”, che la Procura guidata da Salvatore De Luca ha recentemente riacceso con dichiarazioni nette. Lo stesso procuratore, del resto, è stato chiaro nel ribadire che, per l’ufficio che rappresenta, il tema “mafia-appalti” rappresenta una “sicura concausa” della strage in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino, senza dimenticare – seppur con un grado di attendibilità leggermente inferiore – le rilevanze per la strage di Capaci.
Il nervosismo del M5S e il caso delle 33 telefonate
La tensione, come prevedibile, è montata ulteriormente nei ranghi del Movimento 5 Stelle, dove l’inchiesta del Giornale e le rivelazioni che ne sono seguite hanno evidentemente scalfito una narrazione che sembrava consolidata. Il nervosismo del partito, come si legge nei resoconti, è palpabile e si manifesta in una strategia comunicativa che punta a delegittimare la fonte piuttosto che a confrontarsi con la sostanza delle accuse. Non si tratta, in questo frangente, di una semplice scaramuccia dialettica, ma di un vero e proprio terremoto giudiziario le cui scosse si avvertono nell’aria. E se Scarpinato, da par suo, si difende sostenendo che si tratti di “fake news” – affermando che Borsellino fosse stato regolarmente informato dell’archiviazione durante una riunione del 14 luglio 1992 – dall’altra parte cresce la pressione sulle sue contraddizioni.
A gettare ulteriore benzina sul fuoco è stato il programma “FarWest”, condotto da Salvo Sottile, dove è emerso un retroscena che profuma di anomalia. Le intercettazioni, infatti, raccontano di un fitto scambio di ben trentatré telefonate tra l’ex magistrato Scarpinato e il giudice Gioacchino Natoli, colloqui in cui si discuteva di come gestire l’audizione di quest’ultimo in commissione Antimafia. Una prassi, quella di accordarsi su domande e risposte, che ha fatto storcere il naso anche a osservatori esterni; il giornalista Lirio Abbate, ospite della trasmissione, non ha usato mezzi termini nel definire scorretto un simile comportamento, ricordando come un testimone non dovrebbe concordare nulla con chi lo deve interrogare, men che meno in una sede istituzionale come una commissione parlamentare.
Un conflitto d’interessi tutto politico
La posizione del senatore Scarpinato, che oggi siede tra i banchi della maggioranza e contemporaneamente si trova a dover rispondere di atti compiuti in una vita precedente da magistrato, diventa così oggetto di un scrutinio severo. L’ombra di un conflitto d’interessi – morale prima ancora che formale – si allunga sulla sua figura, quando a parlare sono atti ufficiali che ne mettono in dubbio la condotta professionale durante la gestione del fascicolo “mafia-appalti”. La Procura di Caltanissetta, nelle sue 387 pagine, non solo accredita la pista come decisiva per comprendere le stragi, ma tratteggia un ritratto impietoso di quella stagione giudiziaria: indagini “apparenti”, una “malcelata premura” nell’archiviare e fascicoli “atomizzati” per perderne le tracce.
Mentre Gubitosa e il M5S tentano di resistere all’urto, il dibattito pubblico registra la singolare circostanza per cui chi oggi governa si trova a difendere una verità giudiziaria che appare sempre più in rotta con le evidenze emerse dalle carte. E mentre i pentastellati cercano di rigirare la frittata, accusando Mori e la maggioranza di voler riscrivere la storia, resta il fatto oggettivo che la Procura di Caltanissetta ha parlato, e le sue parole inchiodano alle proprie responsabilità chi, nel 1992, scelse di archiviare un filone che forse avrebbe potuto salvare la vita a Paolo Borsellino. Le parole del generale, in questo quadro, non sono che un promemoria secco: non è sua la voce che accusa, ma quella, ben più autorevole, dei magistrati che oggi hanno preso in mano quelle stesse carte.




