Lo squarcio di via D’Amelio e quel fascicolo “scomparso” firmato da Borsellino
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Redazione Interno
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Un pezzo di carta, prelevato il giorno prima di morire, e mai più tornato al suo posto. Non è il prologo di un giallo qualsiasi, ma la sostanza – ancora tutta da verificare – di un’altra anomalia che affiora dalla strage di via D’Amelio. Il fascicolo che Paolo Borsellino, il magistrato ucciso insieme agli uomini della scorta il 19 luglio 1992, aveva richiesto e studiato nelle ultime ore della sua vita riguardava l’omicidio di Luigi Ranieri, imprenditore ucciso per essersi opposto alle pressioni mafiose. Una vicenda, quest’ultima, che diversi collaboratori di giustizia – tra cui Salvatore Cancemi, Giovanni Battista Ferrante, Leonardo Messina e Balduccio Di Maggio – avevano già ricondotto al sistema di relazioni tra Cosa nostra, appalti e politica.
Un foglio al posto del fascicolo
La documentazione, pubblicata da Il Giornale, proviene da un atto del Tribunale di Palermo datato 17 ottobre 1992. Si tratta di una “richiesta atti” firmata dal procuratore Vittorio Aliquò e indirizzata al procuratore di Caltanissetta. Nel testo si legge che, presso l’archivio dell’ufficio, “si è recentemente riscontrato” che il fascicolo sull’omicidio Ranieri non si trovava più al suo posto: al suo posto c’era un foglio, con una nota autografa di Paolo Borsellino, che attestava il prelievo del dossier in data 18 luglio 1992. Il giorno successivo, il magistrato sarebbe saltato in aria in via D’Amelio. Quel foglio, insomma, era l’unica traccia di un’inchiesta – quella su mafia e appalti – che Borsellino stava seguendo con particolare attenzione.
Le reazioni politiche e il caso Mori
Non sono mancate le reazioni immediate, soprattutto da parte del Movimento 5 Stelle. Il deputato Michele Gubitosa, componente della commissione Antimafia, ha attaccato il generale Mario Mori – già al centro di altre polemiche giudiziarie – accusando la maggioranza e lo stesso Mori di voler “scrivere una verità di comodo, farlocca e semplicistica” sulla strage. Secondo Gubitosa, si cercherebbe di dare la colpa solo al “brutto giro di interessi sugli appalti” che intrecciava politici della prima repubblica, mafiosi e imprenditori collusi. Mori, interpellato dal Giornale, ha risposto secco: “Le considerazioni su Scarpinato? Le hanno fatte 4 magistrati, non io”. Un modo per tenersi fuori dalla mischia, o almeno per provarci.
L’opposizione all’archiviazione per Dell’Utri
Sul fronte giudiziario, intanto, il legale di Salvatore Borsellino – il fratello del giudice ucciso –, l’avvocato Fabio Repici, ha presentato opposizione alla richiesta di archiviazione per Marcello Dell’Utri, indagato per le stragi del 1992. Una richiesta arrivata dalla Procura di Caltanissetta. Salvatore Borsellino, che da anni segue le tracce della verità su quel massacro, ritiene che nei rapporti fra Vittorio Mangano (storico boss di Cosa nostra) e l’ex senatore ci siano elementi ancora da scavare. La decisione dei pm nisseni di archiviare, per il fratello del magistrato, appare quantomeno frettolosa.
Scarpinato a pezzi: “Inattendibile”
E qui il cerchio si stringe su un altro protagonista di quelle vicende: l’ex magistrato Roberto Scarpinato, oggi parlamentare. La Procura di Caltanissetta, in un documento destinato a fare discutere, ne ha letteralmente fatto a pezzi l’attendibilità. Si legge, senza troppi giri di parole, che “non si comprende come Scarpinato abbia potuto firmare la richiesta” di archiviazione dell’inchiesta Mafia e Appalti. E non solo: le sue affermazioni del 1992 e quelle del 2021 “non corrispondono”, altre sue ricostruzioni sono “inattendibili”. In particolare, gli atti dimostrerebbero che né Scarpinato né il collega Lo Forte dissero a Paolo Borsellino, nel luglio del 1992, della già avvenuta firma dell’archiviazione del 13 luglio. Una circostanza, quest’ultima, che cambierebbe profondamente la ricostruzione dei giorni precedenti l’attentato.




