Caffè a due euro, il prezzo che divide l'Italia

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Entro la fine dell'anno, la tazzina di espresso al banco potrebbe toccare per la prima volta la soglia psicologica dei due euro, una prospettiva che non è soltanto il riflesso di dinamiche inflazionistiche passeggere ma il sintomo di una complessa tempesta perfetta che sta investendo l'intera filiera, dai campi di coltivazione fino al bancone del bar. Una convergenza di fattori avversi, i quali, sommandosi l'uno all'altro, hanno spinto i prezzi all'ingrosso dei chicchi verso livelli che molti operatori definiscono senza precedenti.

All'origine della spirale rialzista si collocano, in primo luogo, le conseguenze dei cambiamenti climatici che hanno severamente compromesso i raccolti in Brasile e in Vietnam, i due giganti mondiali della produzione. A questo elemento di fondo, che di per sé avrebbe creato tensione, se n'è aggiunto un altro di natura geopolitica: l'introduzione, da parte degli Stati Uniti guidati dal presidente Donald Trump, di dazi doganali del 50% sul caffè in arrivo dal Brasile. Sebbene si possa ipotizzare che questa mossa, a medio termine, possa frenare la domanda, nell'immediato ha innescato una potentissima ondata speculativa.

I fondi d'investimento, infatti, hanno cominciato a scommettere massicciamente su ulteriori rialzi. I dati, analizzati da esperti di market intelligence come Carlo Bevilacqua di Areté, sono inequivocabili: in soli sette giorni, tra il 12 e il 19 agosto, le posizioni nette lunghe degli operatori non commerciali sulle piattaforme future sono schizzate in alto, con un incremento complessivo che supera il 20% per le varietà arabica e robusta. Questo meccanismo finanziario, distaccandosi parzialmente dalle pure logiche della domanda e dell'offerta fisica, ha impresso un'ulteriore e violenta accelerata al costo della materia prima.

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