“Le città di pianura” e il caso di un piccolo film sugli “ultimi” che ha spazzato via i kolossal

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’era una volta, almeno stando ai pronostici della vigilia, un dominio annunciato: quello di Paolo Sorrentino, giunto alla kermesse con “La Grazia” e quattordici nomination che odoravano di consueta consacrazione. E invece, a fare tabula rasa sul tavolo della 71ª edizione dei David di Donatello, è stato un vero e proprio "caso" cinematografico. Stiamo parlando di “Le città di pianura”, l’opera seconda di Francesco Sossai, che non solo ha portato a casa otto statuette – su sedici candidature – ma ha letteralmente lasciato a bocca asciutta il ben più atteso kolossal del regista partenopeo. Un risultato, questo, che ha sorpreso un po’ tutti, tranne forse quei 270 mila spettatori che, lenti ma inesorabili come un’alluvione silenziosa, hanno costruito il fenomeno del film grazie al solo passaparola, uscito com’era quasi in sordina lo scorso ottobre per conto di una coraggiosa distribuzione indipendente.

L’outsider di Sedico e l’identità di un Veneto “minore”

Arrivato da Sedico, in provincia di Belluno, Sossai ha dimostrato di avere la forza impetuosa del torrente di montagna più che la calma placida delle acque planiziali. Perché se è vero che il titolo evoca l’orizzontalità geografica, il film, in realtà, scava in verticale nelle crepe dell’Italia che ha perso il treno del boom. Girato in pellicola – e c’è già tutto un manifesto di poetica in questa scelta tecnica – il film racconta un Veneto spogliato del mito del benessere, restituendoci l’orrore sottile dell’alluminio anodizzato e la malinconia di chi deve fare i conti con uno “scippo” generazionale. Sossai, premiato come miglior regista, ha condiviso subito il merito con il sodale Adriano Candiago, il quale si è aggiudicato il David sia per la sceneggiatura originale che per il miglior casting. Sul palco, insieme a loro, è salito anche Sergio Romano, premiato come miglior attore protagonista per una interpretazione che restituisce dignità ai “perdenti” di questa fascia di territorio.

Il segno indelebile di Bologna e il dialetto veneto che suona come Nashville

E proprio in quelle pieghe del racconto, c’è un capitolo che sa di rivincita per la musica indipendente italiana. La colonna sonora, elemento lirico e strutturale del racconto, ha portato a casa il David per la miglior canzone originale con il brano “Ti” di Marco Spigariol, in arte Krano. Il cantautore veneto, che mescola la desolazione del Piave a un folk psichedelico da “alien cowboy”, ha visto il suo lavoro esaltato anche grazie a una piccola etichetta bolognese, la Maple Death Records. È proprio Jonathan Clancy, fondatore della label, a raccontare come la musica di Krano – inizialmente scambiata per spagnolo a causa del dialetto fitto – sia entrata nelle grazie del regista: Sossai era già un affezionato acquirente dei dischi della casa discografica, molto prima ancora di pensare di contattarlo.

In un’intervista rilasciata subito dopo la cerimonia, Clancy ha confessato che nessuno, nella cerchia ristretta della production, si aspettava la vittoria nella categoria principale delle canzoni, convinti com’erano di avere più chance come miglior compositore. Eppure, quella che poteva sembrare una scommessa al buio – un’etichetta che produce dischi cantati in dialetto veneto – si è rivelata la chiave di volta emotiva del film. La narrazione, infatti, è stata costruita quasi come una suite sulle suggestioni sonore di Krano, invertendo il tradizionale rapporto gerarchico tra immagine e suono.

I numeri (e il mutuo) dietro il trionfo silenzioso

Se Sorrentino usciva dalla sala dell’Auditorium Parco della Musica a mani vuote, Sossai ha avuto bisogno di aprire il cofano della sua auto per caricare tutto l’oro contante: miglior film, miglior regista, miglior attore, miglior sceneggiatura, miglior montaggio (firma Paolo Cottignola), miglior produttore (Vivo Film, Rai Cinema e Maze Pictures) e, infine, le due categorie tecniche legate al comparto artistico. Un bottino da predatore solitario che ha riacceso i riflettori su un modo di fare cinema che sembrava dimenticato: quello artigianale, quasi sartoriale, che non teme il confronto con il grande schermo ma anzi lo cerca, senza però i budget faraonici delle major.

Al di là dei riflettori e dei tappeti rossi, il neo-regista dell’anno ha però chiesto un dono, quasi paradossale in un’epoca dominata dall’hype: “Non voglio che la mia vita cambi – ha dichiarato a caldo – spero solo di riuscire a pagare le rate del mutuo”. Una frase che restituisce l’idea di un uomo che ha fatto della resistenza silenziosa la propria bandiera, ricordandoci che, quando la cronaca si fa nera o grigia (quella delle periferie e delle fabbriche chiuse), spesso nascono storie di riscatto molto più vere di quelle inventate.

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