La mossa a tenaglia delle portaerei Usa: la Lincoln in posizione d’attacco e la Ford a scudo di Israele
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Redazione Esteri
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Il tabellone luminoso della diplomazia, a Ginevra, segnava ancora trattativa, ma nel teatro operativo del Medio Oriente le pedine erano già state disposte da tempo. Gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump, hanno completato nelle ultime ore uno schieramento navale che per imponenza e dottrina non si vedeva dai giorni precedenti l’invasione dell’Iraq del 2003. Due portaerei, la USS Abraham Lincoln e la USS Gerald R. Ford, con i rispettivi gruppi di battaglia, incrociano ora in due punti strategici distinti, attuando quella che gli strateghi del Pentagono definiscono una classica manovra a tenaglia: la Lincoln, posizionata nel Mar Arabico al largo dell’Oman, rappresenta il braccio offensivo, la lancia pronta a colpire in profondità; la Ford, recentemente avvistata al largo delle coste di Creta e poi risalita verso le acque antistanti Israele, funge invece da scudo, da sistema di difesa avanzato per proteggere gli alleati e le basi americane nella regione. Una potenza di fuoco complessiva che comprende cacciatorpediniere lanciamissili Tomahawk, decine di velivoli tra cui i caccia stealth F-35 e F-22, e aerei radar E-3G Sentry, tali da rendere l’operazione, nome in codice “Epic Fury”, qualitativamente diversa dai raid limitati del giugno scorso.
Il rullare dei motori non si sente solo in mare. Le immagini satellitari analizzate in queste ore, e diffuse da testate internazionali, raccontano di un trasferimento imponente di mezzi anche via cielo e terra, il più massiccio degli ultimi vent’anni nell’area. Oltre centocinquanta aerei militari, tra cui i sofisticati F-22 Raptor fatti atterrare nella base britannica di Lakenheath e i caccia tattici F-16 Fighting Falcon nelle Azzorre, sono stati ridislocati in basi avanzate in Europa orientale e Medio Oriente. Una scelta logica, quella di parcheggiare uomini e velivoli in Europa, che li mette al riparo dalla gittata della maggior parte dei missili balistici iraniani, garantendo una capacità di resilienza e di secondo colpo che altrimenti, con tutte le uova nello stesso cesto mediorientale, sarebbe andata perduta. La base giordana di Muwaffaq Salti, in particolare, è diventata un formicaio di attività, con oltre sessanta mezzi militari visibili dalle foto spaziali, un hub avanzato per le operazioni che dovrebbero “accecare” le difese aeree nemiche.
Basi nel mirino, il Kuwait come primo scudo esposto
Mentre le flotte incrociano al largo, sulla terraferma la tensione è tangibile in ogni avamposto americano. Le numerose installazioni militari statunitensi sparse per il Golfo, dalla più grande base aerea di Al Udeid in Qatar al quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein, sanno di essere nel mirino delle forze di Teheran, che già in passato hanno risposto con missili balistici alle operazioni statunitensi. Ma sono le basi in Kuwait, per la loro prossimità geografica al teatro di crisi, a trovarsi sulla linea del fronte più avanzata. Camp Arifjan, quartier generale avanzato della US Army Central, e la base aerea di Ali Al Salem, soprannominata “The Rock” per il suo aspetto isolato e spoglio, rappresentano il primo strato del dispositivo difensivo americano. È in questi siti, da giorni, che il personale non essenziale è stato allontanato e gli accessi rigidamente contingentati, una misura precauzionale che la stessa ambasciata americana a Kuwait City ha comunicato ai propri cittadini, raccomandando la massima vigilanza di fronte a un contesto di sicurezza in rapida evoluzione.
La strategia difensiva, quindi, non si basa solo sulla contraerea o sui sistemi antimissile Patriot posizionati in Arabia Saudia o negli Emirati, ma anche su una ridistribuzione dinamica delle risorse umane. L’obiettivo è quello di sfoltire la linea di tiro diretta, rendendo meno remunerativo un eventuale attacco di saturazione da parte delle forze iraniane. La Gerald R. Ford, con la sua ala aerea e i suoi sistemi radar, è lì per creare un ombrello protettivo, ma la sua efficacia dipende anche dalla capacità di assorbire un primo urto senza che il sistema collassi. Non si tratta solo di difendere Israele, che già dispone di un sistema di difesa a strati tra i più avanzati al mondo, ma di proteggere i nodi logistici da cui dipende l’intera macchina da guerra americana nella regione, quei nodi che in Kuwait e Qatar ospitano migliaia di soldati e stock di equipaggiamenti fondamentali.
L’assedio diplomatico e i segnali di fumo prima della tempesta
A differenza dell’attacco lampo e inaspettato dello scorso giugno, la macchina bellica che oggi si è messa in moto è stata annunciata da settimane di segnali inequivocabili. Le parole di Trump, che solo pochi giorni fa ammetteva la sua delusione per i negoziati con la Repubblica Islamica, suonavano come il classico avvertimento prima della tempesta. “Non voglio ricorrere alla soluzione militare ma a volte va fatto”, aveva dichiarato, preparando il terreno all’opinione pubblica e, allo stesso tempo, lanciando un ultimatum a Teheran. Una strategia del doppio binario, quella della Casa Bianca, che ha corso parallela fino all’ultimo: da un lato la mano tesa della diplomazia, con i colloqui in Svizzera mediati dall’Oman; dall’altro il pugno chiuso del Pentagono, che nel frattempo spostava le proprie pedine sulla scacchiera. Il fallimento del terzo round di negoziati indiretti a Ginevra, senza una svolta sostanziale sul programma nucleare, ha fatto scattare la miccia.
Il clima, nelle ore immediatamente precedenti l’inizio delle operazioni, era quello di una quiete carica di elettricità. Il segretario di Stato Marco Rubio era atteso in Israele per discutere le priorità regionali, mentre le agenzie di stampa internazionali riportavano di paesi come Canada, India e Italia che consigliavano ai propri cittadini di lasciare l’Iran e di evitare viaggi in Iraq e Libano, temendo un’estensione del conflitto su più fronti. L’ambasciata americana in Israele aveva già autorizzato la partenza del personale non essenziale e delle loro famiglie, una prassi che, negli ingranaggi di Washington, precede quasi sempre l’azione militare. Le sirene d’allarme, insomma, lampeggiavano rosso da tempo, e l’unica incognita rimasta non era il “se”, ma il “quando” dell’attacco.
L’arsenale e la dottrina: potenza di fuoco per una campagna sostenuta
La mole del dispiegamento lascia pochi dubbi sulla natura dell’operazione. Non si tratta di un raid punitivo e isolato, ma di un dispositivo pensato per una campagna prolungata. Secondo gli analisti militari citati dalla BBC, la concentrazione di due carrier strike group, di cacciatorpediniere equipaggiati con missili Tomahawk e di basi aeree terrestri pronte a sostenere un ritmo di ottocento sortite al giorno, indica la volontà di rendere inefficace qualsiasi risposta iraniana, colpendo in profondità e con continuità. La Lincoln, già operativa nel Mar Arabico da fine gennaio, ha il compito di lanciare la punta di diamante dell’offensiva, mentre la Ford, giunta più tardi, garantisce la copertura e impedisce che le forze di Teheran possano concentrarsi esclusivamente sulla minaccia proveniente da sud.
Questa architettura bellica ricorda, per certi versi, quella approntata durante l’operazione “Midnight Hammer” dello scorso anno, ma con una differenza sostanziale: la profondità strategica. Allora le missioni dei bombardieri B-2 partivano direttamente dal Missouri; oggi, la catena logistica è stata accorciata e rafforzata dalla presenza di basi avanzate in Europa e Giordania, pronte a sostenere uno sforzo bellico che non si esaurisca in poche ore. Le parole del presidente, a operazione iniziata, hanno confermato l’entità del colpo inferto, parlando di comandanti iraniani eliminati e di installazioni distrutte, mentre da Teheran, oltre alle inevitabili rivendicazioni di attacchi alle navi americane (prontamente smentite dal Centcom), filtrava una inaspettata apertura: i nuovi leader iraniani, ha rivelato Trump, avrebbero chiesto di parlare, e lui avrebbe accettato.




