Venezuela, la lunga attesa delle famiglie degli italiani detenuti a Caracas
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Redazione Interno
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Sono oltre quattordici i mesi di silenzio, interrotti solo sporadicamente, che separano Gianna da suo padre Mario Burlò, l'imprenditore torinese trattenuto, insieme al cooperante Alberto Trentini e ad altri connazionali, nel carcere venezuelano di "El Rodeo". La giovane, ventunenne, rilancia con forza un appello che è un grido soffocato dall'ansia: «Riportate a casa papà. È forte ma bisogna far presto». Una richiesta che si scontra con una realtà giudiziaria opaca, definita dai legali dell'uomo, gli avvocati Maurizio Basile e Benedetto Marzocchi Buratti, come una detenzione "arbitraria", priva di una formale contestazione di reato e di un regolare processo, condizioni che accomunerebbero, secondo le loro ricostruzioni, una ventina di cittadini italiani o italo-venezuelani.
Il complicato negoziato e la "consegna del silenzio"
Proprio mentre la diplomazia internazionale, con un gruppo di senatori americani affiancato da una Ong, tenta di fare chiarezza su un elenco affidabile dei prigionieri, sul tavolo dell'esecutivo venezuelano è approdato un dossier che raccoglie casi di detenuti politici e stranieri. In questo quadro, le dichiarazioni della presidente ad interim Delcy Rodríguez, la quale ha allentato alcune restrizioni, hanno creato un varco di possibilità, sebbene tali aperture siano state immediatamente controbilanciate dalle posizioni più rigide espresse dal ministro dell'Interno Diosdado Cabello, lasciando l'esito di ogni trattativa in un perenne stato di precaria incertezza. È in questo clima di altalena tra speranza e timore che la famiglia di Alberto Trentini ha scelto di parlare, paradossalmente, per invocare il riserbo, sottolineando come la delicatezza del negoziato richieda il massimo della cautela.
L'angoscia misurata dei familiari
«La nostra famiglia sta vivendo giornate di angoscia e di speranza», ha fatto sapere, attraverso l'avvocata Alessandra Ballerini, la famiglia del cooperante, detenuto da oltre quattrocento giorni. Un messaggio volutamente misurato, il loro, che ha un obiettivo preciso: scongiurare qualsiasi azione o dichiarazione che possa essere interpretata come una strumentalizzazione e, di conseguenza, minare la già fragile possibilità di una liberazione. L'appello, rivolto a tutti, è a rispettare pedissequamente le indicazioni provenienti da Palazzo Chigi, osservando quella che è stata definita una vera e propria "consegna del silenzio", nella convinzione che ogni parola fuori luogo possa rivelarsi un ostacolo insormontabile.
La Farnesina nel labirinto venezuelano
La Farnesina, dal canto suo, naviga in acque insidiose, costretta a muoversi con estrema circospezione in un contesto politico interno al Venezuela profondamente diviso e instabile, dove le rivalità tra le diverse componenti del potere rendono ogni passo diplomatico un'operazione ad alto rischio. La situazione rimane quindi in un limbo, con le famiglie dei detenuti sospese in un'attesa logorante, strette tra la necessità di mantenere viva l'attenzione pubblica sulla vicenda e il terrore che un'eccessiva esposizione mediatica possa sortire l'effetto contrario, pregiudicando gli sforzi che si svolgono, faticosamente, nei canali ufficiali e in quelli meno visibili.




