Pippo Baudo, l’eredità milionaria e le ombre sul testamento
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La scomparsa di Pippo Baudo, avvenuta lo scorso 16 agosto, ha non solo lasciato un vuoto nel panorama televisivo italiano ma ha anche aperto un complesso capitolo legato alla sua considerevole eredità, stimata in diverse decine di milioni di euro. Il patrimonio del conduttore, accumulato in una carriera lunga e di straordinario successo – che lo ha visto protagonista di tredici edizioni del Festival di Sanremo e di decine di programmi cult –, è composto da una cospicua liquidità e da un ragguardevole parco immobiliare.
Il cuore di questo patrimonio, stando a quanto riportato da diverse testate, risiede in un portafoglio di cinque prestigiose proprietà ubicate a Roma, concentrate perlopiù nel Centro Storico e nel quartiere Prati, il cui valore, considerando l’attuale mercato immobiliare della Capitale, è stimabile in cifre molto elevate. A questi si aggiungono altri beni, tra cui appezzamenti di terra nella sua amata Sicilia, regione alla quale è sempre rimasto profondamente legato e dove si sono recentemente tenuti i funerali.
Proprio sulla destinazione di questo ingente patrimonio si addensano però le prime ombre, mentre non è ancora chiaro alla magistratura competente – che dovrà occuparsene – se l’artista abbia lasciato un testamento valido e aggiornato. A rompere un iniziale silenzio, contribuendo ad alimentare un clima di sospetto, è stata l’ex moglie Katia Ricciarelli, la quale, in un’intervista concessa a Giovanni Terzi per il settimanale Gente, ha espresso tutta la sua amarezza per una presunta emarginazione subita negli ultimi anni.
La Ricciarelli, il cui matrimonio con Baudo è stato uno dei più chiacchierati dello star system, ha dichiarato senza mezzi termini di aver spesso dovuto interfacciarsi non direttamente con lui bensì con una sua assistente, alla quale – ha rivelato con amarezza – lo stesso presentatore avrebbe addirittura intestato due delle sue proprietà. «Per parlargli dovevo chiamare lei», ha affermato la soprano, dipingendo un ritratto di una relazione personale ostacolata da quello che ha definito senza esitazioni “l’entourage” dell’uomo, un gruppo ristretto di collaboratori che avrebbe finito per controllarne gli accessi e, forse, le informazioni.




