Il reparto dei «no Cpr» e quelle 34 certificazioni sospette: nessun migrante giudicato idoneo al trattenimento

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, tra il 10 settembre 2025 e il 16 gennaio 2026, non un solo migrante sottoposto a visita è stato giudicato idoneo al trattenimento in un Centro di permanenza per il rimpatrio. Una statistica, questa, che ha insospettito gli investigatori della squadra mobile, i quali, coordinati dalla Procura, hanno messo al centro dell’inchiesta ben trentaquattro certificazioni di non idoneità, tutte firmate da otto professionisti del reparto, e tutte apparentemente finalizzate a sottrarre i richiedenti asilo ai provvedimenti di espulsione. Dagli atti emerge, e non potrebbe essere altrimenti visto il quadro indiziario, un sistema che gli inquirenti ritengono consolidato: i medici, attraverso valutazioni cliniche che per la Procura sarebbero artefatte o quantomeno forzate, avrebbero di fatto bloccato l’ingresso nei Cpr per decine di persone, molte delle quali, come riferiscono le cronache locali, gravate da precedenti o destinatarie di provvedimenti di allontanamento.

«Stiamo uniti, non succede nulla»: la strategia dell’ostruzionismo certificato

Le indagini, che hanno preso le mosse dalla segnalazione di un modulo prestampato giunto in questura lo scorso luglio, si sono avvalse dell’analisi minuziosa delle chat estratte dai telefoni sequestrati ai sanitari. In quei messaggi, gli investigatori avrebbero trovato la conferma di una vera e propria mappatura dei migranti da "salvare" dai rimpatri, con uno scambio continuo di informazioni e un incoraggiamento reciproco a perseverare nella condotta. «Se vi va, mandatemi copia delle certificazioni che sto tenendo una mappatura», avrebbe scritto un medico non indagato, ma che fungeva da referente esterno per il gruppo. E ancora, in un passaggio che stride con la deontologia professionale, un altro sanitario avrebbe esortato i colleghi alla coesione: «Stiamo uniti, non succede nulla». Non solo: in un dialogo finito agli atti, un medico avrebbe ammesso senza troppi giri di parole che «il modo per esprimere il dissenso è la non idoneità», mentre in un'altra conversazione, dopo la stretta degli investigatori, si sarebbe discusso della necessità di rendere le giustificazioni cliniche «più credibili» per evitare contestazioni.

«Sono anarchica e antifascista»: l’ideologia dietro i giudizi clinici

A dare sostanza all’impianto accusatorio, contribuiscono alcune autodefinizioni emerse dalle chat e riportate dalla carte processuali. Una delle professioniste coinvolte, infatti, avrebbe dichiarato senza mezzi termini la propria appartenenza ideologica, definendosi «anarchica e antifascista», e condividendo con i colleghi articoli e posizioni vicine a determinati movimenti di pensiero. Questo retroterra, per gli inquirenti, non rappresenterebbe una mera opinione personale, ma la chiave di lettura di un operato che avrebbe travalicato i confini della scienza medica per abbracciare una militanza attiva contro le politiche migratorie. Non stupisce, allora, che un altro medico, sempre nel 2024, avesse commentato in chat: «Ho dato la non idoneità per un Cpr e il ragazzo è tornato a ringraziarmi», quasi a voler certificare la gratitudine per un favore ricevuto, più che per una legittima tutela della salute.

Il meccanismo delle non idoneità e la rete di protezione

La prassi, stando a quanto ricostruito, sarebbe stata piuttosto rodata. Delle quarantaquattro persone finite nel mirino dell’indagine, venti hanno ricevuto nuove contestazioni e dieci, una volta rimasti sul territorio, avrebbero commesso altri reati. Numeri che, al netto della presunzione di innocenza, sollevano interrogativi sulla reale tenuta del sistema di controlli. Il tam tam nelle chat rivelerebbe anche una certa consapevolezza del rischio corso: «Mi pare che l’azienda voglia renderci la ‘non idoneità’ un percorso ad ostacoli, lungo, stancante, così da disincentivare», si legge in uno stralcio, a dimostrazione di come i sanitari fossero perfettamente coscienti di muoversi in una zona grigia. Nel frattempo, la Procura ha già chiesto l’interdizione dalla professione per un anno per gli otto indagati, a cui si contesta, a vario Titolo, il falso ideologico continuato in concorso.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.