Morte di Mesina, la garante dei detenuti: "Vendetta di Stato, per lui nessuna pietà"
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Redazione Interno
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Graziano Mesina, figura emblematica del banditismo sardo, è morto questa mattina alle 8 nel reparto detentivo dell’ospedale San Paolo di Milano, dove era stato trasferito poche ore prima dal carcere di Opera. A denunciare quello che definisce un atto di "vendetta di Stato" è Irene Testa, garante dei detenuti della Sardegna, che su Facebook ha scritto senza mezzi termini: «Hanno aperto le porte del carcere per mandarlo a morire in un reparto ospedaliero». Mesina, 83 anni, malato terminale di cancro, aveva ottenuto il differimento della pena per motivi di salute, ma non aveva fatto in tempo a tornare in Sardegna, come avrebbe voluto.
La sua storia, intrecciata con evasioni, latitanze e reati, risale agli anni ’60, quando a soli 14 anni venne accusato per il primo reato, il porto abusivo d’armi. Negli anni successivi, Mesina divenne noto per i sequestri di persona e per le sue fughe spettacolari: ventidue tentativi, dieci dei quali riusciti, che contribuirono a costruire il mito della "primula rossa" del banditismo. L’ultima condanna, nel 2020, lo aveva visto coinvolto in un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, con una pena iniziale di 30 anni, poi ridotta a 24. All’epoca, Mesina si era dato alla latitanza prima di essere catturato.
Testa ha sottolineato come, «da oltre un anno, le sue legali presentassero istanze per la sua grave condizione sanitaria», senza ottenere risposte tempestive. Le sue parole lasciano poco spazio all’interpretazione: l’accusa è quella di un sistema che, invece di concedere un’uscita anticipata per motivi umanitari, avrebbe preferito lasciarlo morire in una struttura detentiva.




