Graziano Mesina è morto, la fine del bandito sardo tra evasioni e polemiche
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Redazione Interno
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Graziano Mesina, soprannominato la "primula rossa del banditismo sardo", si è spento all’età di 83 anni dopo una lunga malattia che lo aveva costretto a lasciare il carcere di Opera, a Milano, per essere ricoverato all’ospedale San Paolo. Era stato trasferito ai domiciliari nel reparto detenuti, ma questa volta non per un’evasione – come quelle che ne avevano segnato la vita – bensì per le sue condizioni ormai irreversibili. Nato il 4 aprile 1941 a Orgosolo, Mesina aveva trascorso gran parte della sua esistenza tra fughe rocambolesche e periodi di detenzione, diventando una figura controversa, tra mitizzazione e condanna.
Il primo arresto risaliva al 1955, quando aveva appena 14 anni, ma fu nel 1960 che compì la prima evasione dal carcere minorile di Cagliari, dimostrando già allora un’abilità nel sottrarsi alla giustizia che lo avrebbe reso celebre. Quella fuga, però, fu solo l’inizio: nel 1976 riuscì a scappare dal carcere di Lecce con un’azione temeraria, consolidando la sua fama di fuorilegge imprendibile. Le sue gesta ispirarono persino due film, alimentando un’aura romantica attorno alla sua figura, sebbene la sua carriera criminale fosse costellata di rapimenti e reati gravissimi.
La morte di Mesina, tuttavia, ha riacceso polemiche già presenti negli ultimi mesi. Silvio Lai, parlamentare sardo del Pd, ha criticato la decisione di non permettergli di trascorrere gli ultimi giorni in Sardegna, definendola «un’inutile crudeltà». «Garantire un fine vita dignitoso vicino ai propri familiari è un diritto che dovrebbe valere per tutti, anche per chi ha un debito con la giustizia», ha aggiunto. Una posizione condivisa da Irene Testa, garante dei detenuti in Sardegna, secondo cui «lo Stato ha mostrato nessuna pietà, quasi una vendetta».




