Mourinho e la sua ricetta per l’Italia: “Combo M

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Redazione Sport Redazione Sport   -   MILANO – È tornato a Milano per girare uno spot, José Mourinho, ma come al solito non si è limitato al copione. L’occasione pubblicitaria, organizzata da Prima Assicurazione, è diventata subito un pretesto per una disamina a cuore aperto sullo stato di salute del calcio italiano, lui che quel calcio lo conosce profondamente dopo le esperienze tra Inter e Roma. Intervistato da Sport Mediaset, lo Special One ha riservato le sorprese più significative nella parte finale del suo intervento, quando ha abbandonato i convenevoli per suggerire una vera e propria contro-riforma istituzionale. La sua diagnosi, per quanto affidata a un tono colloquiale, non lascia spazio a fraintendimenti: il movimento azzurro, secondo Mourinho, ha bisogno di un ritorno alle radici italiche, affidandosi a due colonne portanti del nostro sport piuttosto che inseguire chimere straniere.

Niente commissari tecnici esotici, la scommessa è su Allegri o Conte

Il ragionamento del tecnico portoghese, che attualmente siede sulla panchina del Benfica, parte da un presupposto netto. Contrariamente a quelle voci che nelle ultime settimane avevano accostato un top-coach come Guardiola alla guida degli Azzurri, Mourinho chiude la porta a qualsiasi soluzione “straniera”. “Non sono d’accordo – ha spiegato – l’Italia ha allenatori con carisma, qualità ed esperienza. Non puoi avere Carletto Ancelotti, ma puoi avere Max Allegri o Antonio Conte”. Una dichiarazione che suona come un endorsement pesante, quasi un testamento politico per il futuro della Nazionale, dove il rimpianto per Mancini è ormai un ricordo lontano e l’attuale gestione fatica a trovare una quadra. Mourinho non si limita a lanciare nomi, ma costruisce un parallelismo impietoso con il Portogallo, suo paese natale. “Vedete un paese come il Portogallo, con soli 10 milioni di abitanti: le competizioni giovanili, le condizioni di lavoro… le differenze sono incredibili”. Un'affermazione, questa, che mira a scardinare la retorica del “vivaio italiano” spesso citata ma poco praticata.

L’effetto Malagò e la critica alla base del sistema

La vera novità, però, arriva quando Mourinho abbandona il campo strettamente tecnico per entrare in quello dirigenziale. La sua proposta, che lui stesso battezza con un gioco di parole immediato, prevede quella che definisce la “combo M&M”. Da un lato l’esperienza olimpica e la capacità manageriale di Giovanni Malagò, che l’ex tecnico dell’Inter vorrebbe vedere impegnato nel ruolo di presidente della Federcalcio. “Lui capirebbe la necessità di cambiare la struttura di base – ha aggiunto Mourinho – l’Italia è fortissima in tanti sport olimpici, ma nel calcio bisogna ripensare tutto”. Dall’altro lato, come detto, Max Allegri o in alternativa Antonio Conte, figure che garantirebbero quel carisma necessario a tenere insieme uno spogliatoio spesso fragile. La sua critica al sistema attuale, seppur condita da quella che sembra rassegnazione, tocca un nervo scoperto: la mancanza di una progettualità che parta dal basso, un tema caldo anche alla luce dei recenti fallimenti della Nazionale maggiore.

Il caso arbitrale, il fumo e il fuoco di un’inchiesta che divampa

Inevitabile, infine, un passaggio sulle turbolenze che stanno squassando il mondo arbitrale italiano, un fronte sul quale Mourinho ha combattuto molte delle sue battaglie più accese durante il periodo alla Roma. Con l’inchiesta della Procura di Milano che ha travolto figure di spicco come l’ex designatore Gianluca Rocchi – indagato nell’ambito di un presunto sistema di frode sportiva legato alla scelta dei fischietti “graditi” – il tecnico portoghese non ha potuto esimersi dal commentare l’aria pesante che tira in Serie A. “Mi sono fatto un’idea – ha confessato Mourinho – ma a me non piace indicare i colpevoli prima che la giustizia si esprima”. Eppure, la battuta finale che ha chiuso il siparietto è un classico della sua poetica, carico di sottintesi: “In Portogallo si dice che non c’è fumo senza fuoco, però…”. Il “però” lasciato volutamente in sospeso, insieme al riferimento alle “battaglie contro il sistema” da lui condotte in passato, riaccende i riflettori su vecchie dichiarazioni.

Già tre anni fa, quando sedeva sulla panchina giallorossa, Mourinho aveva lanciato accuse pesantissime sull’influenza di alcune società sulle scelte del designatore. “Noi non abbiamo la forza per dire ‘questo arbitro non lo vogliamo’ – aveva tuonato all’epoca – ci sono squadre che lo fanno, lo sappiamo tutti”. Oggi, quelle parole non suonano più come semplici sfoghi post-partita, ma come veri e propri atti d’accusa anticipatori, mentre l’inchiesta della procura milanese tira dritto e si prepara a fare piena luce sulle designazioni che hanno segnato le ultime stagioni.

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