Il ritorno del diesel firmato Stellantis: il Berlingo riapre gli ordini e trascina con sé Rifter e Combo

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La notizia, rimbalzata in queste ore dagli uffici stampa del gruppo, ha il sapore di una piccola rivoluzione copernicana: Citroën, dopo un periodo in cui il suo multispazio Berlingo era proposto esclusivamente in versione elettrica, ha deciso di riaprire gli ordini per la motorizzazione a gasolio. Il motore prescelto è il collaudato 1.5 BlueHDi da 100 cavalli, un propulsore che il gruppo conosce bene e che ora viene riproposto per andare incontro a quelle categorie di utilizzatori, si pensi agli artigiani o ai professionisti della strada, per i quali l’autonomia e la capacità di carico restano priorità non negoziabili, nonostante la spinta ideologica e commerciale verso la mobilità a batteria -6. La mossa del Double Chevron, del resto, non arriva in un vuoto strategico, ma si inserisce in un piano ben più ampio deciso da Stellantis, che dopo aver registrato un significativo calo delle vendite in Europa e una colossale svalutazione da 22 miliardi di euro legata alla frenata della domanda di elettrico, ha scelto di correggere il tiro, abbandonando i dogmatismi per abbracciare un più sano pragmatismo industriale -1-10.

Non si tratta, è bene precisarlo, di un ripensamento dell’ultima ora, ma del consolidamento di una tendenza emersa già nei mesi scorsi e che ora trova piena attuazione. Se Fiat, con il Qubo, aveva già indicato la strada, oggi è il turno dei "fratelli" di segmento del Berlingo: il Peugeot Rifter e l’Opel Combo Life, che condividono la stessa piattaforma e lo stesso destino, si apprestano a seguire l’esempio del modello francese, riproponendo a listino il medesimo quattro cilindri a gasolio -6. L’obiettivo dichiarato è quello di offrire una gamma "multi-energia" che affianchi l’elettrico, l’ibrido e il termico puro, dando così la possibilità al cliente di scegliere in base alle proprie reali esigenze di percorrenza e non in base a imposizioni calate dall’alto. Questo 1.5 BlueHDi, nella versione meno potente da 100 CV, viene infatti considerato la soluzione ideale per chi macina chilometri su chilometri, laddove l’ansia da ricarica e i tempi di sosta rappresentano ancora un ostacolo difficile da superare.

A ben guardare, la strategia del gruppo guidato da Antonio Filosa non si limita ai soli veicoli commerciali e ai multispazio, ma si estende a macchia d’olio su diversi segmenti di mercato. La lista dei modelli che tornano ad abbracciare il diesel si allunga infatti in modo significativo: si va dalla compatta Peugeot 308 all’Opel Astra, passando per il crossover premium DS N°4, che ripropone il 1.5 BlueHDi anche nella taglia da 130 cavalli per chi cerca una guida più fluida e rilassata sulle lunghe percorrenze -1-3. Persino Alfa Romeo, con i suoi Tonale, Giulia e Stelvio, continuerà a proporre versioni a gasolio, a dimostrazione di come il gruppo intenda presidiare ogni nicchia di mercato, consapevole che la domanda di diesel, seppur ridimensionata ai minimi storici intorno all'8-9% del mercato europeo, rappresenti ancora una fetta di clientela fedele e, soprattutto, una zona franca dalla concorrenza dei nuovi marchi cinesi, focalizzati quasi esclusivamente sull'elettrico -1-2-10.

Questa repentina inversione di rotta, tuttavia, non è priva di contraddizioni e si sviluppa su uno sfondo complesso. Mentre da un lato si riaprono gli ordini per il diesel, dall’altro Stellantis prosegue nel suo piano di riconversione industriale che prevede la chiusura della produzione termica nello stabilimento storico di Douvrin, dove lo stesso 1.5 BlueHDi viene assemblato -5-7. La fabbrica francese, che ha segnato la storia dell’automotive europeo, cesserà la produzione del motore entro la fine del 2026, con i dipendenti che verranno progressivamente ricollocati nella vicina gigafactory di batterie. Un paradosso solo apparente, che rivela la doppia anima di una transizione ancora in divenire: si continua a vendere diesel per sostenere i volumi e i margini nell’immediato, mentre si investono miliardi per costruire il futuro elettrico, in un equilibrio precario che richiede una gestione quasi acrobatica delle risorse e delle tempistiche.

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