Il diavolo veste Prada, la vera Emily esce allo scoperto: “Mi sentii tradita”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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A distanza di quasi vent’anni dall’uscita del kolossal che ha definito un’epoca, e in concomitanza con l’arrivo nelle sale dell’atteso sequel, un’altra tessera del mosaico che compone il fenomeno Il diavolo veste Prada va a incastrarsi al suo posto. Non si tratta, questa volta, di un’indiscrezione o di un pettegolezzo da redazione, ma della rivelazione diretta – avvenuta durante il podcast The Run-Through di Vogue – di chi si cela dietro uno dei personaggi più amati e citati: Emily Charlton, l’assistente pungente e nevrotica resa celebre dall’interpretazione di Emily Blunt. Quel ruolo, caratterizzato da una frangetta perfetta e da un sarcasmo gelido, non è frutto della sola fantasia della scrittrice Lauren Weisberger: a prestargli il volto nella realtà è stata Leslie Fremar, oggi celebrity stylist di star del calibro di Charlize Theron.
Fremar lavorò a stretto contatto con la Weisberger – che all’epoca era una giovane assistente junior – quando la stilista stessa ricopriva il ruolo di prima assistente di Anna Wintour, la leggendaria direttrice di Vogue che, com’è noto (e come Meryl Streep ha confermato tornando sul set del sequel), ha fornito l’ispirazione principale per la temibile Miranda Priestly. Eppure, se il rapporto professionale con l’autrice fu intenso, quello personale si interruppe bruscamente non appena le bozze del romanzo iniziarono a circolare. Fremar racconta di un senso di esposizione dolorosa, descrivendo la prima versione del manoscritto come “crudele” e “molto cupa”, prima che qualcuno – probabilmente dall’alto – consigliasse di addolcirne i toni. «Mi sentii tradita», ha confessato, ammettendo che tra lei e l’autrice non ci siano più stati contatti dopo le dimissioni di quest’ultima, né ci sia alcuna intenzione di ricucire lo strappo.
Regole ferree e ciabatte nascoste: la vera routine da “assistente di”
Per comprendere come sia stato possibile dare vita a un personaggio così iconico, occorre restituire il clima che si respirava nelle sacre stanze della rivista americana alla fine degli anni Novanta. Fremar, che oggi osserva quel periodo con la distanza di chi ha poi costruito un’impero professionale, ha dipinto un quadro di rigore quasi monastico. Le regole che le venivano imposte erano categoriche e prive di deroghe: niente cibo alla scrivania (un lusso che poteva costare caro) e, particolare rivelato con una punta di ironia amara nemmeno la libertà di recarsi ai servizi senza che un’altra assistente fosse prontamente seduta al proprio posto a coprire il vuoto.
Fu in questo contesto di pressione costante che Fremar affinò quelle strategie di sopravvivenza poi divenute leggendarie sul grande schermo. Non potendo rinunciare del tutto al decoro imposto dai tacchi a spillo ma dovendo resistere a giornate infinite, nascose un paio di Birkenstock – le comode ciabatte in feltro – sotto la scrivania, confessando che probabilmente la stessa Wintour fosse perfettamente a conoscenza di quel piccolo atto di ribellione. Ed è sempre a lei che si deve la frase più celebre pronunciata dalla Blunt nel film: quando diceva alla sua assistente junior che «un milione di ragazze ucciderebbe per questo lavoro», Fremar non stava recitando una parte, ma riassumendo la filosofia che l’aveva spinta a resistere.
La telefonata con Anna Wintour e l'incontro con Emily Blunt
Se il libro rappresentò una ferita, la sua trasposizione cinematografica portò con sé un carico di ambivalenza ancora più complesso. Fremar ha rivelato un retroscena inedito relativo ai giorni successivi alla pubblicazione del romanzo, quando fu convocata d’urgenza dall’ufficio della Wintour. In preda al terrore (pensava di essere nei guai), si presentò davanti alla direttrice, la quale la guardò e, dopo aver chiesto chi fosse l’autrice, le lanciò una frecciata secca: «Ha scritto un libro su di noi, e tu ne esci peggio di me». Un aneddoto che conferma quanto la realtà dei fatti fosse, almeno in quell’occasione, persino più tagliente della finzione.
Decisamente meno drammatico, ma altrettanto curioso, è stato l’incontro con l’interprete del suo alter ego. Durante una cena mondana, Fremar si avvicinò a Emily Blunt per confessarle la verità: «Voglio solo che tu lo sappia: io sono Emily». La reazione dell’attrice – che proprio in questi giorni torna a vestire i panni della stessa Emily nel sequel uscito il 29 aprile, seppur in una versione evoluta e arricchita di sfumature -5-9 – fu di una tranquillità quasi deludente per la stilista. «Oh, okay», si limitò a rispondere la star, senza dimostrare quello stupore o quella curiosità che Fremar si aspettava. Un siparietto che, da solo, racconta più di molte interviste il divario che intercorre tra la costruzione di un mito pop e la realtà di chi quel mito lo ha vissuto sulla propria pelle, senza alcuna sceneggiatura a proteggerlo.




