Il diavolo veste Prada 2, Meryl Streep impone la parità salariale: stesso cachet per Anne Hathaway ed Emily Blunt
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il ritorno di Miranda Priestly sul grande schermo, con quel suo sguardo capace di gelare il sangue anche solo attraverso una montatura di occhiali, non sta facendo parlare soltanto il pubblico accorso in sala. Dietro il successo travolgente de Il Diavolo veste Prada 2 – un’operazione nostalgia che ha riacceso i riflettori su uno dei cult generazionali più amati del nuovo millennio – si nasconde infatti una trattativa milionaria che a Hollywood viene già considerata un piccolo caso simbolo. Secondo quanto riportato da Variety, Meryl Streep, Anne Hathaway ed Emily Blunt avrebbero firmato un accordo identico per tornare nei panni, rispettivamente, dell’imperiosa direttrice della rivista Runway, dell’ex assistente diventata scrittrice e della spietata caporedattrice. Lo stesso settimanale dello spettacolo ha avuto accesso ai dettagli economici dell’operazione, rivelando che la tre volte premio Oscar Streep ha strappato un cachet da 12,5 milioni di dollari. Ma non è certo questa la cifra a fare notizia, bensì la clausola che l’attrice ha imposto prima ancora di mettere piede sul set: le sue due colleghe avrebbero dovuto incassare esattamente la stessa somma.
La condizione di Meryl Streep e i bonus legati agli incassi
A quanto si apprende dalla fonte, è stata proprio la stessa Streep a condizionare la sua partecipazione al raggiungimento della parità salariale sul fronte dei compensi base. Una mossa che, nel sistema produttivo hollywoodiano ancora segnato da profonde disparità di genere – nonostante le promesse post #MeToo –, suona quasi come un atto di forza laterale. «Meryl Streep, per *Il Diavolo veste Prada 2* ha guadagnato 12,5 milioni, ma a una condizione»: questa l’anticipazione circolata nelle scorse ore, e quella condizione – ovvero che Anne Hathaway ed Emily Blunt ricevessero lo stesso assegno – è stata infine accettata dalla produzione. Non mancano, in ogni caso, i bonus legati agli incassi: tutte e tre le protagoniste beneficeranno di una percentuale sugli introiti al botteghino, un meccanismo che, visti i numeri, potrebbe rivelarsi ancora più lucrativo del compenso iniziale. Il primo capitolo, vale la pena ricordarlo, aveva incassato oltre 430 milioni di dollari in tutto il mondo a fronte di un budget di circa cento milioni, e il sequel sembra aver riacceso quella stessa fame di paillettes e crudeltà mondana.
Una trattativa che fa discutere Hollywood
A Hollywood, dunque, non si discute soltanto del cameo di Lady Gaga – su cui le voci si sono sprecate – ma soprattutto di questa inedita forma di solidarietà contrattuale. Le tre attrici, infatti, hanno ottenuto cifre astronomiche che raramente vengono eguagliate all’interno dello stesso cast femminile, dove spesso la protagonista più affermata finisce per dettare legge in senso verticale. Qui, invece, Streep ha usato il suo potere contrattuale – alimentato da decenni di carriera e da tre Oscar in bacheca – per livellare verso l’alto i compensi di Hathaway e Blunt. Un gesto che, sebbene non sia del tutto inedito (alcune star maschili hanno fatto altrettanto in passato), assume una valenza particolare in un sequel dove la gerarchia narrativa tra i ruoli è comunque piuttosto netta. Miranda Priestly rimane il perno assoluto della storia, eppure sul piano economico la distanza si è azzerata.
Lady Gaga, il cameo e l’intervista di Streep
L’universo sofisticato, feroce e irresistibile della rivista Runway ha quindi riaperto i battenti con un clamore che non si limitava ai botteghini. A confermare alcuni retroscena era stata la stessa Meryl Streep nel corso di un’intervista a *Jimmy Kimmel Live*, quando aveva raccontato di aver contattato personalmente Lady Gaga dopo che la produzione aveva deciso di inserire nel film una celebrità musicale capace di reggere il confronto con l’estetica glamour e spietata del franchise. «Lady Gaga ha improvvisato» – aveva dichiarato l’attrice – riferendosi evidentemente alla libertà espressiva concessa alla popstar sul set. Un dettaglio che ha alimentato l’attenzione mediatica attorno al film, ma che non ha distolto lo sguardo da quello che, a conti fatti, resta il vero colpo di scena fuori schermo: la parità salariale ottenuta da chi, nella finzione, incarna il potere assoluto, e nella realtà ha deciso di non esercitarlo in esclusiva per sé.




