Il diavolo veste Prada 2, la parità salariale la impone Meryl Streep: stesso cachet per Hathaway e Blunt

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Non è soltanto il ritorno di Miranda Priestly, con le sue occhiate taglienti e i silenzi carichi di giudizio implicito, a tenere banco nelle conversazioni da coffee break hollywoodiano. Dietro l’operazione commerciale che sta ridisegnando i contorni del blockbuster femminile, si consuma una partita da parecchi milioni di dollari – una trattativa che, se si osservano bene le clausole e gli assegni firmati, racconta molto più della semplice aritmetica produttiva. Secondo quanto ricostruito da Variety, Meryl Streep, Anne Hathaway ed Emily Blunt hanno siglato un accordo identico per il sequel de Il diavolo veste Prada, in uscita dopo anni di indiscrezioni silenziose e sceneggiature tenute nel cassetto. La tre volte premio Oscar, infatti, non si è limitata a negoziare il proprio compenso: ha ottenuto un assegno da 12,5 milioni di dollari, ma ha preteso – e ottenuto – che le due colleghe firmassero per la medesima cifra.

Un precedente che pesa più del guardaroba di Runway

La cifra pattuita per la Streep, va detto, non stupisce più di tanto: il suo nome rimane una garanzia di peso critico e commerciale, capace da sola di attrarre fette di pubblico trasversali. Ciò che colpisce, invece, è l’effetto leva che l’attrice ha esercitato sui compensi di Hathaway e Blunt. Per quest’ultima, in particolare, l’operazione segna un passaggio rilevante nella carriera: da spalla brillante a comprimaria paritetica sul piano economico, senza più gerarchie implicite stabilite dal ruolo in copione. A Hollywood, dove le disparità retributive tra protagoniste e co-protagoniste raccontano una storia antica di contratti asimmetrici, la mossa della Streep è già stata accolta come un piccolo caso simbolico – non fosse altro perché ha trasformato una trattativa privata in un atto pubblico di allineamento salariale.

I numeri del fenomeno (e quelli del sequel)

Il primo capitolo de *Il diavolo veste Prada*, ormai lontano più di quindici anni, aveva incassato a suo tempo oltre 430 milioni di dollari nel mondo, a fronte di un budget intorno ai cento. Un risultato che nessuno, all’epoca, aveva pronosticato con sicurezza, vista la natura nicchia della fonte letteraria firmata Lauren Weisberger. Oggi il sequel muove i suoi primi passi al botteghino con numeri che i distributori definiscono, a denti stretti, “promettenti”. Ma a tenere banco, nelle ultime settimane, non sono state le proiezioni d’incasso: gli osservatori del settore hanno concentrato l’attenzione sulle clausole dei contratti, sui bonus legati agli incassi e sulla volontà esplicita della Streep di non apparire come l’unica “testa coronata” del progetto. Una scelta, la sua, che ha costretto la produzione a rimodulare le voci di spesa – e che ha acceso un dibattito silenzioso, ma concreto, tra agenti e studi.

Cachet uguali, carriere diverse

La parità economica ottenuta dalle tre attrici non cancella le differenze di percorso e di peso scenico all’interno del film. Nel sequel, così come trapela da alcune sinossi anticipate, Miranda Priestly rimane il perno gravitazionale intorno a cui ruota la narrazione; Andy e Emily, vent’anni dopo gli eventi originali, hanno preso strade divergenti e consolidate. Eppure, sul piano della busta paga, nessuna delle tre è stata considerata “seconda” o “terza”. Un dettaglio non secondario, se si considera che nella prima pellicola – nessuno lo ha mai smentito ufficialmente – le differenze retributive erano sensibili, anche se allora lo scenario industriale hollywoodiano era molto meno sensibile alla retorica della trasparenza. Ad accomunare le tre interpreti, oltre al medesimo compenso base, anche una clausola che lega parte dei guadagni all’andamento al botteghino: più gli spettatori torneranno in sala, più i bonus lieviteranno in proporzione identica.

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