Il doppio di Anne Hathaway sul set del “Diavolo veste Prada 2” è una studentessa della Bocconi
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è chi scrive una tesi sulla moda sostenibile e chi, quasi per caso, si ritrova a vestire i panni – anzi, i costumi – della sua eroina cinematografica. A Sofia Felicetti, 22 anni, nata a Foligno e oggi studentessa di Economia alla Bocconi di Milano, è capitato esattamente questo. Nell’ottobre del 2025, complice una campagna social che aveva anticipato le riprese del tanto atteso seguito, si è presentata a un provino per comparse senza alcuna intenzione, confessa lei stessa, di trasformare quell’esperimento in qualcosa di più. E invece l’ha trasformato: il suo volto, o meglio la sua figura, è finita sul set di “Il diavolo veste Prada 2”, il sequel di quel cult che nel 2006 aveva già raccontato, con ironia e crudeltà, i meccanismi della rivista Runway.
È l’assistente americana della protagonista, Anne Hathaway, a rompere l’illusione della casualità. Vedendole insieme – la vera attrice e la sua giovane sosia italiana – ha esclamato un laconico “impressionante”. Perché la somiglianza, in effetti, non è generica: lineamenti, portamento, quella certa espressione sospesa tra l’ingenuità e la determinazione. A Sofia la somiglianza gliela dicevano già da quando aveva quindici anni, ma mai avrebbe pensato che quel dato fisico potesse aprirle le porte di un set hollywoodiano. Il ruolo che ha ricoperto è quello della controfigura, una funzione spesso invisibile agli occhi del pubblico ma essenziale per la macchina produttiva. Si gira, si riprende, si sta in attesa per ore, si condividono i turni massacranti con la troupe e, talvolta, si lavora gomito a gomito con le star.
Dal casting sui social alle luci di Milano
A settembre del 2025 la produzione del film – un blockbuster destinato a diventare l’evento cinematografico della primavera successiva – è arrivata a Milano. Le scene da girare erano poche, ma decisive. La regia, ancora quella di David Frankel, cercava comparse e volti secondari attraverso una campagna promozionale fitta e ben studiata. Sofia si è presentata, ha sostenuto la selezione e, a sua stessa detta, “è iniziato tutto per caso”. Sta di fatto che da quel momento la sua routine fatta di lezioni, esami e una tesi dai titoli complessi – “La moda sostenibile: casi e approcci strategici a confronto” – è stata interrotta dall’esperienza più glamour che potesse immaginare. Sul set, chi la osservava dal punto di vista privilegiato della troupe non poteva non notare l’eco fisica di Anne Hathaway, tanto che la scelta di utilizzarla come controfigura è stata immediata.
Il cinema prima dell’università? No, l’università resta la priorità
A differenza di tanti ragazzi che avrebbero colto al volo la chance per provare a entrare nel mondo dello spettacolo, Sofia non ha mai perso di vista il proprio percorso accademico. Lo confessa con chiarezza: “Il cinema? Prima l’università”. Una frase che suona quasi come un manifesto di lucidità, in un’epoca in cui la notorietà effimera si insegue a ogni costo. Lei invece ha vissuto l’esperienza sul set come una parentesi – affascinante, certo – ma pur sempre una parentesi. La sua tesi, quella sulla sostenibilità applicata ai casi strategici della moda, è rimasta lì, nel computer, ad aspettarla. E mentre il mondo del cinema la osservava, lei osservava il mondo del cinema: le luci, i tempi morti, la disciplina di chi costruisce un’immagine perfetta. Un punto di osservazione che pochi hanno, e che lei ha raccontato con la semplicità di chi non ha ancora imparato a recitare.
L’industria del sequel e il ruolo spesso dimenticato delle controfigure
Il fenomeno “Diavolo veste Prada 2” va oltre la nostalgia del primo film. È un prodotto industriale, certamente, ma anche un termometro culturale: la moda, vent’anni dopo, è cambiata profondamente. Più etica, più frammentata, forse meno spietata. Eppure, dentro quel meccanismo, c’è spazio anche per storie come quella di Sofia Felicetti, la studentessa di Foligno che per qualche giorno ha smesso di essere una delle tante per diventare – l’espressione non è enfatica – il di sostituzione di una star internazionale. Nessun dramma, nessuna rivelazione; solo il lavoro silenzioso di chi si muove nell’ombra del protagonista, ripetendo gli stessi gesti, le stesse inquadrature, le stesse pause. Un lavoro che raramente fa notizia, ma che senza il quale molte scene semplicemente non esisterebbero.




