Anna Wintour e Anne Hathaway, il siparietto agli Oscar che riporta in scena il Diavolo veste Prada
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il palco del Dolby Theatre, nella notte degli Oscar 2026, si è trasformato per qualche minuto nella redazione di Runway, la rivista immaginaria al centro di una delle commedie più amate del cinema contemporaneo. A innescare il cortocircuito tra realtà e finzione ci hanno pensato Anna Wintour, storica direttrice di Vogue America, e Anne Hathaway, chiamate a presentare le statuette per i migliori costumi e per il miglior trucco e acconciatura. Un compito che, sulla carta, poteva sembrare una semplice formalità ma che, grazie alla chimica tra le due protagoniste e a una manciola di battute perfettamente calibrate, è diventato uno dei momenti più chiacchierati dell’intera cerimonia.
L’attesa per un loro incontro sul palco, va detto, era già alta. Da settimane si mormorava di un possibile siparietto che richiamasse Il diavolo veste Prada, il film del 2006 in cui Hathaway interpretava Andrea Sachs, la giovane assistente alle prese con la dispotica Miranda Priestly, personaggio interpretato da Meryl Streep e, come noto, liberamente ispirato proprio alla Wintour. E le aspettative non sono state deluse. L’attrice, con quel misto di soggezione e ironia che contraddistingue il suo personaggio, si è rivolta alla giornalista con una domanda diretta: «Anna, per curiosità, cosa ne pensi del mio vestito stasera?». La risposta, o meglio il silenzio carico di significato, è arrivato fulmineo. Wintour, senza scomporsi e mantenendo quell’espressione imperscrutabile che è il suo marchio di fabbrica, ha semplicemente ignorato la domanda, voltandosi verso il pubblico e scandendo: «E i nominati per i migliori costumi sono...». Un gelo comico, perfettamente in linea con la proverbiale protervia del personaggio che l’ha resa celebre, che ha scatenato l’ilarità della platea.
Ma il gioco di rimandi non si è esaurito lì. Pochi istanti dopo, nel passare alla presentazione della categoria successiva, la Wintour ha chiuso il cerchio con una battuta talmente perfetta da sembrare scritta. Rivolgendosi ad Anne Hathaway, le ha detto: «Grazie, Emily». Un’uscita secca, pronunciata con distaccata nonchalance, che ha richiamato alla memoria di tutti gli spettatori l’abitudine di Miranda Priestly di confondere il nome della sua assistente, chiamandola appunto Emily – un riferimento esplicito all’interpretazione di Emily Blunt nel film, che interpretava la prima assistente saccente e ambiziosa. Un livello di lettura ulteriore, peraltro, arriva dalla constatazione che la vera assistente personale di Anna Wintour, presente in platea, si chiama proprio Emily, un dettaglio che ha reso il tutto ancora più gustoso per gli addetti ai lavori. Il tutto è avvenuto mentre sul grande schermo scorrevano i titoli delle pellicole in lizza, un elenco che ha visto poi il trionfo di Frankenstein di Guillermo del Toro, premiato in entrambe le categorie: la statuetta per i costumi è andata a Kate Hawley, mentre quella per il trucco e le acconciature è stata ritirata da Mike Hill, Jordan Samuel e Cliona Furey.
Oltre alla riuscita dello sketch, l’apparizione congiunta ha assunto un significato più profondo, legato alla memoria recente del mondo della moda. Il look scelto da Anne Hathaway, un abito della collezione Valentino Haute Couture disegnato da Alessandro Michele, non è stato un semplice vezzo stilistico. Si è trattato, piuttosto, di un omaggio sentito a Valentino Garavani, lo stilista scomparso lo scorso gennaio. Il legame tra l’attrice e il fondatore della maison era noto e profondo, tanto che Hathaway aveva partecipato ai funerali a Roma e, nelle settimane successive, lo aveva ricordato con parole intime e affettuose sui social. La presenza al suo fianco di Anna Wintour, che indossava un abito Dior, ha suggellato un momento di celebrazione del cinema ma anche di raccoglimento per una figura scomparsa che ha segnato la storia dell’alta moda.




