Il cerchio di Anne Hathaway si chiude (e si allarga) sulla prima di ‘Il diavolo veste Prada 2’

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’era una volta, vent’anni fa esatti, una ragazza qualunque in jeans e t-shirt che nessuno, a Hollywood, avrebbe scommesso un centesimo. Quella ragazza – appena scelta per un ruolo destinato a diventare iconico – era Anne Hathaway, allora uno dei tanti nuovi volti del sistema produttivo americano, una sorta di “vicina di casa” portata sul tappeto rosso senza la minima pretesa di glamour. Oggi, sulla prima mondiale del sequel tanto atteso, «Il diavolo veste Prada 2», la stessa attrice si presenta con un’armatura completamente diversa. Ha chiuso il cerchio, certo, ma lo ha anche allargato: non più la sprovveduta Andy Sachs alle prese con Miranda Priestly, bensì una star quarantatreenne che della trasformazione ha fatto un marchio di fabbrica. E lo si legge, quasi parola per parola, in ogni fotogramma dell’evento newyorkese, dove l’ha raggiunta anche People per incoronarla regina assoluta tra le cover star.

L’età dell’oro a 43 anni, tra copertine e una presenza magnetica

Non è solo una questione di bellezza, anche se quella – va detto – resta impressionante. Piuttosto, è la combinazione rara tra presenza scenica, carisma e una capacità di reinventarsi che non scade mai nell’artificio: Anne Hathaway, ormai da qualche stagione, vive quella che molti definirebbero una nuova età dell’oro. A dimostrarlo, la recente nomination da parte del magazine People come «la più bella cover star al mondo» per il 2026, un titolo che – ed è bene sottolinearlo – non si limita all’esteriorità. La pubblicazione lo ha voluto legare a una fase precisa della sua vita, dove il successo professionale si intreccia con un equilibrio personale diventato evidente persino nei dettagli più minuti delle apparizioni pubbliche. La copertina speciale «The World’s Most Beautiful 2026» la coglie proprio nel pieno di una stagione artistica straordinaria: ben cinque film in uscita nello stesso anno, un ritmo che pochi colleghi possono sostenere senza sbriciolarsi.

L’evoluzione di stile, da comparsa inconsapevole a icona firmata Valentino e Versace

E poi c’è il discorso moda, inestricabile dal personaggio stesso. Perché se «Il diavolo veste Prada» aveva trasformato l’abbigliamento in un campo di battaglia narrativo, la vita vera di Hathaway ne ha seguito la sceneggiatura con una fedeltà quasi ironica. Editor di moda sul set, icona di stile nella vita: negli anni l’attrice premio Oscar ha regalato fashion moment d’eccezione, lavorando fianco a fianco con stilisti del calibro di Valentino e Donatella Versace. Ma il suo stile, va ricordato, non è sempre stato così emblematico. Anzi, ripercorrendo i look dei primi red carpet – quelli successivi al primo film – si nota una metamorfosi lenta, a tratti persino timida, poi diventata esplosiva. Nelle foto che arrivano dalla prima di New York per promuovere l’uscita del sequel, la vediamo invece perfettamente a suo agio: magnetica, sofisticata, sorprendentemente contemporanea. Nessuna traccia della ragazza spaesata di due decenni fa.

People la incorona, ma è il contesto a fare la differenza

Il riconoscimento di People – «la più bella cover star al mondo» – arriva dunque in un momento preciso, quasi chirurgico, della parabola di Hathaway. Non è un premio alla giovinezza, tantomeno un tentativo di congelare un’immagine. È, piuttosto, la certificazione mediatica di un’evoluzione che il pubblico ha seguito passo dopo passo, tra alti e bassi di carriera, scelte coraggiose (come il taglio di capelli cortissimi o il ruolo da strega in «The Witches») e una capacità rara di non prendersi mai troppo sul serio. Il dettaglio, però, sta nei numeri: cinque film in un solo anno, un’impresa logistica oltre che artistica, che racconta di un’attrice ormai pienamente consapevole del proprio potere contrattuale e simbolico. A 43 anni, insomma, Anne Hathaway non ha semplicemente chiuso il cerchio del «Diavolo veste Prada»: lo ha trasformato in una spirale che continua a salire. E la prima del sequel, sotto i flash dei fotografi, ne è stata la prova più evidente.

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