«Il diavolo veste Prada 2», la clausola di Anne Hathaway: niente modelle «scheletriche» sul set

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   A quasi vent’anni di distanza da quella che sembrava una semplice commedia di costume, il ritorno di Miranda Priestly e della sua tormentata assistente Andy Sachs si carica di aspettative che nessuno, all’epoca, avrebbe potuto prevedere. L’attesa per il sequel, atteso nelle sale italiane a partire dal 29 aprile e il giorno successivo nel resto del mondo, è diventata tale da trasformare la produzione in un evento mediatico globale, con i riflettori puntati non solo sul ritorno del cast storico ma anche sulle dinamiche dietro le quinte. Una di queste, rivelata da Meryl Streep in un’intervista a Harper’s Bazaar, getta luce su una condizione posta da Anne Hathaway direttamente ai produttori: nel film non ci sarebbero state modelle giudicate “eccessivamente magre”.

Una richiesta nata sulle passerelle milanesi

La genesi della clausola, lungi dall’essere un dettaglio burocratico, affonda le radici in una delle ambientazioni chiave del film, ovvero la Milano Fashion Week. Le riprese, che hanno letteralmente invaso il Quadrilatero della moda e luoghi simbolo come piazza Duomo e la Galleria Vittorio Emanuele, hanno permesso ad Hathaway e Streep di assistere a diverse sfilate reali. Fu proprio in quell’occasione, stando al racconto della Streep, che la co-protagonista notò con preoccupazione la magrezza di alcune ragazze che sfilavano in passerella. “Sono rimasta colpita da quanto fossero non solo belle e giovani – a me sembrano tutte giovani – ma anche incredibilmente magre”, ha dichiarato la premio Oscar, aggiungendo di aver creduto che la questione fosse stata ormai superata da anni. La reazione di Hathaway, invece, fu immediata e pragmatica: si rivolse ai produttori per ottenere la garanzia che, nelle scene di sfilata organizzate per il film (quelle finte della rivista *Runway*), non venissero ingaggiate modelle con quella che lei stessa ha definito una magrezza “scheletrica”.

Il peso del contesto e il carattere della protagonista

La scelta di Anne Hathaway, che torna nei panni di Andrea Sachs dopo aver interpretato vent’anni fa la “ragazza sveglia ma grassa” alle prese con i pregiudizi estetici del mondo dell’editoria patinata, assume una valenza particolare se letta alla luce del contesto produttivo. Il primo film, uscito nel 2006, raccontava senza filtri un ambiente dove la taglia 38 era diventata la nuova 40 e dove il della protagonista era oggetto di sottili umiliazioni. Oggi, con la *body positivity* e la *body neutrality* diventate temi centrali nel dibattito culturale, la sua richiesta ai produttori – che Meryl Streep ha definito una mossa da “ragazza di grande carattere” – è stata accolta come una presa di posizione netta sul tema della rappresentazione dei corpi. Una questione, questa, che si intreccia con la realizzazione di un sequel ambientato nel lusso e nell’estetica più esasperata, dove il rischio di cadere in certi stereotipi è sempre in agguato.

Tra folla, merchandising e attesa febbrile

Se le richieste di Hathaway hanno riguardato il lato etico della produzione, l’attenzione mediatica intorno al film ha toccato anche altri aspetti meno nobili ma altrettanto sintomatici del suo status di cult. La presenza del cast a Milano, con attori del calibro di Streep, Emily Blunt e Stanley Tucci, ha richiesto un dispiegamento di forze senza precedenti: “Abbiamo avuto bisogno di barriere della polizia e di un sistema di controllo della folla”, ha raccontato ancora la Streep, descrivendo scene di ressa in cui i fan arrivavano con pullman organizzati e i paparazzi finivano per litigare con la troupe pur di ottenere lo scatto. Nel frattempo, un’altra polemica ha investito la promozione del film, stavolta legata alla catena di grandi magazzini Target, che ha lanciato una collezione di abbigliamento per celebrare l’uscita del film rimasta vittima di critiche feroci per la qualità discutibile dei capi, descritti come “*landfillcore*” (letteralmente, “stile discarica”). Un’ironia della sorte, per un film che parla di moda e che ha dovuto gestire il delicato equilibrio tra il glamour del marchio e la realtà commerciale del merchandising.

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