Il diavolo veste Prada 2, il set che cambia: Meryl Streep e la svolta sulle modelle “scheletriche”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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A quasi vent’anni di distanza dall’uscita del primo film, il meccanismo della nostalgia si è ormai consolidato come una delle leve più potenti dell’industria culturale, capace di restituire sullo schermo personaggi e dinamiche che il pubblico credeva di aver archiviato. Eppure, nel caso de Il diavolo veste Prada 2, l’attesa — destinata a concretizzarsi nelle sale italiane a partire dal 29 aprile 2026 — si accompagna a una serie di precisazioni che rivelano un mutato rapporto con l’immaginario originario. Meryl Streep, tornata nei panni dell’editrice Miranda Priestly accanto ad Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci, ha voluto sottolineare una differenza sostanziale nel dietro le quinte della produzione, legata alla rappresentazione dei corpi femminili.
Nel corso di un’intervista rilasciata a Harper’s Bazaar, Streep ha raccontato come sia stata proprio Hathaway a imporre una condizione precisa per le scene che coinvolgono modelle: nessuna di loro doveva apparire “scheletrica”, un termine che richiama direttamente l’estetica dominante all’epoca del film del 2006. Fu allora, con la regia di David Frankel e la sceneggiatura tratta dal romanzo di Lauren Weisberger, che il mondo della moda veniva rappresentato attraverso corpi femminili spesso ridotti a sagome estremamente magre, incarnando un ideale che, con il senno di poi, appare come lo specchio di un’epoca oggi sottoposta a una revisione critica.
La scelta di Hathaway, in questo senso, non si configura come un dettaglio marginale, ma piuttosto come un atto che rimodella le coordinate etiche del set, imponendo una consapevolezza che nel film originale — per quanto amato e citato — non trovava spazio. Il sequel, insomma, arriva in un contesto culturale profondamente mutato, dove le parole stesse usate per descrivere i corpi diventano parte integrante del discorso produttivo.
Guru e il crollo di un impero: Cambi si racconta tra debiti e dipendenza
Se il set hollywoodiano si prepara a un ritorno con rinnovate sensibilità, nel panorama italiano una storia imprenditoriale simbolo dei primi anni Duemila riemerge con i contorni di una parabola giudiziaria e personale. Matteo Cambi, il fondatore del marchio Guru, ha rilasciato un’intervista a Repubblica in cui ha ripercorso le fasi alterne di un’ascesa rapidissima, seguita da una crisi altrettanto vertiginosa. Il brand, nato dalla capacità di trasformare una semplice margherita stilizzata in un’icona riconoscibile, era diventato uno dei simboli della moda giovanile italiana, trainato dall’intuito e dall’ambizione sfrenata di un ragazzo di Parma.
Eppure, dietro il successo esteriore, Cambi ha descritto una realtà di bilancio in costante deterioramento. “Guru era in perdita, i debiti crescevano”, ha ammesso, rivelando di essersi autoassegnato uno stipendio di 300mila euro al mese — oltre tre milioni all’anno — una cifra che, a posteriori, appare come il sintomo di una gestione sempre più scollegata dalla sostenibilità economica. A complicare il quadro, il fondatore ha messo in luce un elemento ulteriore e decisivo: la dipendenza dalla droga, che lo aveva progressivamente allontanato dalla possibilità di prendere decisioni strategiche.
“Ero come Pinocchio nel Paese dei balocchi”, ha detto Cambi, con una metafora che rende l’idea di un incantamento privo di una guida esterna. E ha aggiunto: “Ma non c’era nessun Lucignolo che mi avesse portato là. Ho fatto tutto da solo”. L’intervista, destinata a trovare un ulteriore approfondimento nella serie Guru in onda su Sky Crime e Now, ricostruisce così la parabola di un’imprenditoria giovanile capace di bruciare le tappe tanto nella creazione del valore quanto nella sua dissoluzione, senza cercare alibi né deleghe.
L’eredità controversa del primo film: quando il femminile era un ideale estremo
La riflessione di Meryl Streep sull’estetica delle modelle nel nuovo capitolo della saga riapre inevitabilmente un capitolo che il primo film, nel 2006, aveva invece contribuito a mitizzare. All’epoca, il racconto di Andy Sachs — la giovane aspirante giornalista interpretata da Anne Hathaway — si sviluppava attraverso una trasformazione fisica quasi iniziatica: l’ingresso nel mondo di Runway richiedeva un adeguamento a un canone di magrezza e sofisticazione che il film mostrava senza mai metterlo in discussione.
A distanza di quasi vent’anni, quella stessa narrazione viene riletta con occhi diversi. Il sequel, annunciato con ampio risalto mediatico e destinato a riunire il cast originale, si trova così a dover gestire un duplice registro: da un lato, l’appeal della continuità, con i personaggi che il pubblico ha imparato a riconoscere; dall’altro, la necessità di aggiornare i propri codici visivi ed etici. Non si tratta solo di un cambiamento estetico, ma di una presa di posizione che, secondo quanto dichiarato dall’attrice premio Oscar, è stata sollecitata proprio da Hathaway, la quale ha fatto della rappresentazione dei corpi un punto fermo prima ancora delle riprese.
In questo senso, la vicenda produttiva del film si intreccia con un dibattito più ampio che attraversa l’industria della moda e dell’intrattenimento, dove le modelle “scheletriche” non sono più un elemento accettato acriticamente, bensì il segno di un sistema che oggi si cerca di smantellare.
Un esercizio di memoria collettiva tra attese e nuove consapevolezze
L’arrivo del sequel al cinema, fissato per il 29 aprile 2026, rappresenta quindi un’operazione che va oltre il semplice ritorno al passato. La sceneggiatura, la cui trama è ancora in larga parte custodita, si muove su un terreno già segnato dall’eredità del primo capitolo, ma con la consapevolezza aggiuntiva che il pubblico è cambiato. Lo stesso esercizio di memoria collettiva — quell’attesa nutrita da citazioni, meme e riletture critiche — finisce per diventare un piccolo atto di verifica interiore: riavvicinarsi a un film che si era interiorizzato quasi senza accorgersene significa scoprire quanto, nel frattempo, si sia mutati.
La scelta di non utilizzare più modelle “scheletriche” non è, in quest’ottica, solo una modifica di casting, ma un indicatore di come il franchise abbia dovuto confrontarsi con le proprie contraddizioni. E mentre Guru, con la sua storia di eccessi e cadute, viene ricostruita attraverso un formato seriale che indaga le responsabilità individuali senza risparmiare dettagli giudiziari, il set de Il diavolo veste Prada 2 si appresta a mostrare una diversa conformazione del potere: quella di attori che, a distanza di anni, possono dettare condizioni sul modo in cui vengono rappresentati i corpi, invertendo così una dinamica che nel film originale appariva sbilanciata.




