Il diavolo veste Prada 2, cachet da 12,5 milioni a testa per le tre attrici: il merito (e il potere) di Meryl Streep

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Che il successo de “Il diavolo veste Prada 2” – quel sequel arrivato vent’anni dopo il cult del 2006 – fosse ormai un fenomeno da manuale, lo certificano i numeri del box office; meno scontati, invece, i dettagli economici emersi a proposito dei compensi del trio di protagoniste. Secondo quanto riportato dalla rivista Variety e ripreso dalle agenzie, Meryl Streep, Anne Hathaway ed Emily Blunt avrebbero infatti incassato la bellezza di 12,5 milioni di dollari ciascuna per tornare a indossare i panni, rispettivamente, della glaciale Miranda Priestly, dell’ex apprendista Andy Sachs e della perfida Emily Charlton. Una cifra monstre che, spiegano le fonti vicine alla produzione, non è frutto del caso ma di una precisa strategia contrattuale voluta dalla stessa Streep, la quale – cosciente del proprio peso specifico nell’operazione – ha imposto la clausola del cosiddetto “favored nations”, vale a dire la parità di trattamento economico tra le colleghe.

Mentre il film, distribuito da 20th Century Studios, continua a macinare incassi a livelli decisamente sostenuti – la soglia globale ha ormai abbondantemente superato i 300 milioni di dollari, avvicinandosi pericolosamente ai 326 milioni totali del primo capitolo – si è scoperto che la mossa della strega di Hollywood non si è limitata al semplice compenso fisso. Pare infatti che le tre attrici abbiano negoziato anche ricchi bonus legati proprio al performance del film al botteghino, i quali scatterebbero al superamento di determinate soglie; a sentire i bene informati, tali extra avrebbero già iniziato a maturare, tanto che se il trend positivo dovesse proseguire, ciascuna delle tre potrebbe arrivare a portare a casa una somma complessiva superiore ai 20 milioni di dollari. Una cifra, quest’ultima, che dimostra quanto la macchina dei sequel si sia rivelata una scommessa vinta, considerando che per il film originale del 2006 nessuna delle tre ricevette compensi neanche lontanamente paragonabili e che il budget totale di questa seconda opera – si vocifera intorno ai 100 milioni – è stato in larga parte assorbito proprio dai lauti stipendi del cast principale.

Il fenomeno italiano e il cameo di lusso firmato Lady Gaga

Se da un lato i numeri parlano di un dominio globale, è nel nostro Paese – lo si evince dai report settimanali – che il fenomeno “Prada” ha assunto i contorni di un vero e proprio terremoto culturale; l’Italia, va detto, sta giocando un ruolo da protagonista assoluta nella scalata al box office, diventando il primo territorio offshore con un incasso che ha sfiorato i 22 milioni di dollari, superando ampiamente mercati storicamente più si come quello inglese o quello brasiliano. Un risultato, questo, che molti analisti attribuiscono anche alle ambientazioni nostrane che fanno da sfondo a buona parte della narrazione, creando evidentemente un cortocircuito emotivo con il pubblico locale. E mentre le sale gremite sancivano il record, emergeva un altro dettaglio destinato ad alimentare l’hype: la presenza nel film di Lady Gaga, il cui cameo – a quanto pare – è stato organizzato in prima persona da Meryl Streep. L’interprete di Miranda, sapendo che la sceneggiatura prevedeva l’esibizione di una popstar durante una sfilata milanese, avrebbe preso il telefono e chiamato personalmente la cantante, chiedendole senza troppi giri di parole se fosse interessata a partecipare; la risposta, come si è visto sul grande schermo, è stata positiva, regalando al pubblico un faccia a faccia carico di tensione e improvvisazione.

Vertical drama: quando il piccolo schermo cambia formato

In un contesto mediatico dominato dall’ennesimo trionfo del grande schermo, paradossalmente, si afferma con prepotenza una tendenza diametralmente opposta; ci si riferisce, in questo caso, al fenomeno del “vertical drama”, quelle serie televisive brevissime – episodi di un paio di minuti l’uno – progettate su misura per la visualizzazione verticale, tipica dell’uso quotidiano dello smartphone. Un formato, questo, che sta letteralmente rivoluzionando le logiche produttive: basti pensare che grazie a modelli narrativi ad alta densità emotiva e pensati per catturare l’attenzione nei primi secondi, alcune produzioni riescono a girare decine di episodi in meno di una settimana, distribuendoli in modo capillare su piattaforme come TikTok o Instagram, senza bisogno di passare per le tradizionali vetrine cinematografiche o televisive. Se da un lato c’è chi storce il naso all’idea di un consumo così frammentato – e ci si chiede se un domani i cinema stessi potrebbero doversi adattare a simili standard – è innegabile che il mercato sia già immenso, tanto da aver spinto persino produzioni internazionali, come quelle turche della Iki Dakika Creative House, a sbarcare in Italia per esportare questo nuovo linguaggio, fondato su storie familiari e colpi di scena continui.

L’ombra di un terzo capitolo all’orizzonte

Con un successo di queste dimensioni – e un cast che ormai naviga nell’oro – diventa quasi fisiologico per l’industria chiedersi se l’avventura di Miranda Priestly possa continuare oltre questo secondo atto; le stesse fonti che hanno rivelato i dettagli sui cachet lasciano intendere che l’attenzione del pubblico e i risultati al botteghino stanno già alimentando l’ipotesi di un terzo capitolo, sebbene per ora non vi sia nulla di ufficiale né tantomeno alcuna dichiarazione in tal senso da parte dello studio. Quel che è certo, almeno per il momento, è che questa operazione nostalgia – criticata da alcuni prima dell’uscita come un semplice “money grab” – si è rivelata un investimento solido, capace di riaccendere i riflettori su dinamiche di potere (dentro e fuori dal set) che, a distanza di vent’anni, sembrano non aver mai smesso di affascinare il pubblico globale. E se la storia del cinema insegna che i sequel di questo calibro raramente chiudono i conti con il passato, il silenzio dei produttori lascia ampio spazio all’idea che, in un futuro non troppo remoto, le porte della Runway possano spalancarsi nuovamente.

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