Il diavolo veste Prada, il retroscena di Meryl Streep: “Budget tagliato, era un film per donne”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è una verità, nascosta tra le pieghe di un copione che sembrava destinato a un pubblico minore, che Meryl Streep ha deciso di tirare fuori con la schiettezza che la contraddistingue. A distanza di quasi vent’anni dall’uscita, l’attrice – ospite del “Late Show” di Stephen Colbert – ha riaperto i cassetti della produzione di Il diavolo veste Prada per raccontare un paradosso che, oggi, appare quasi incredibile. Il budget a disposizione, spiega lei, era volutamente limitato. Non per una questione di merito artistico, ma per un pregiudizio che all’epoca pesava come una scure: quello di essere, nelle intenzioni degli studios, un “film per sole donne”. Una definizione, questa, che funzionava allora come un marchio deprecatorio, capace di ridurre le risorse economiche a disposizione e di relegare l’intero progetto ai margini delle grandi produzioni.

Eppure, proprio da quelle ceneri – da quelle etichette miopi e da un budget che oggi definiremmo quasi irrisorio – è nato un fenomeno globale. Streep, che nel film interpretava la temuta Miranda Priestly, ha ricordato come la situazione produttiva riflettesse una miopia culturale diffusa nell’industria cinematografica di inizio anni Duemila. Nessuno, a pensarci bene, scommetteva sulla forza trainante di un pubblico femminile; nessuno immaginava che storie incentrate su donne, con le loro ambizioni e le loro fragilità, potessero fare il botto. L’attrice premio Oscar ha sottolineato, durante l’intervista, che quel pregiudizio – quello del “film rosa” con budget ridotto – non ha retto l’urto dei fatti. Basterebbe citare Barbie o Mamma Mia!, due esempi che lei stessa ha portato, per capire come l’industria sia stata colta di sorpresa da un’evidenza: il pubblico voleva quelle storie, le ha volute eccome, e le ha fatte proprie.

La connessione inaspettata con Anna Wintour

A complicare ulteriormente il quadro – e a dare una profondità quasi romanzesca alla vicenda – arriva un colpo di scena che sembra uscito da una sceneggiatura. Mentre cresce l’attesa per il sequel di Il diavolo veste Prada 2, un dettaglio biografico riemerge con la forza di un pugno: Meryl Streep e Anna Wintour, la vera “diavola” della moda che avrebbe ispirato il personaggio di Miranda Priestly, sarebbero parenti. Sì, avete letto bene. Occhiali scuri, sguardo glaciale e la moda nel sangue: la connessione tra l’attrice e l’editrice di Vogue è più reale di quanto si potesse immaginare. Un legame di parentela, ancora avvolto da una certa discrezione nei dettagli, che trasforma il già fitto intreccio tra realtà e finzione in qualcosa di quasi archetipico.

Non è chiaro, allo stato attuale, se questo vincolo familiare fosse noto ai tempi delle riprese del primo film. Quel che appare evidente, invece, è come la notizia – venuta a galla proprio nella fase di fermento pre-sequel – aggiunga un ulteriore strato di significato a un’opera che aveva già fatto della satira elegante e del potere al femminile la sua cifra distintiva. La coincidenza, se tale è, non poteva capitare in un momento più opportuno: da una parte le rivelazioni di Streep sui pregiudizi di budget, dall’altra questa parentela che trasforma il rapporto tra attrice e ispiratrice in una questione quasi dinastica.

Un settore che cambia, tra vecchi pregiudizi e nuovi blockbuster

Il ragionamento che Meryl Streep ha sviluppato davanti alle telecamere di Colbert, però, non si ferma all’aneddoto. C’è un’analisi più profonda, e riguarda il modo in cui l’industria cinematografica ha iniziato – dico iniziato, perché il processo è tutt’altro che concluso – a riconsiderare il proprio pubblico. Se Il diavolo veste Prada dovette lottare per ogni dollaro, oggi film con protagoniste femminili forti non solo ottengono budget milionari, ma sovente dominano il botteghino. Streep ha citato Barbie come esempio lampante: una pellicola che ha spazzato via ogni residua scusa sulla scarsa redditività di certi immaginari. E ha aggiunto che, proprio come successe con Mamma Mia!, gli studios furono letteralmente “colti di sorpresa” dall’entusiasmo del pubblico.

Questo scarto temporale – tra ciò che i produttori credevano ieri e ciò che il mercato ha dimostrato oggi – è il vero tema che attraversa le parole dell’attrice. Non c’è, nelle sue dichiarazioni, un compiacimento fine a sé stesso, né una facile critica al passato. C’è invece la constatazione, asciutta e quasi ironica, che un film considerato “minore” per via del suo target sia riuscito a diventare un cult transgenerazionale, capace di parlare a chiunque, indipendentemente dal genere. E che quella stessa etichetta – “film per donne” – si sia rivelata, con il senno di poi, non una limitazione ma un punto di forza.

Il peso di un budget ridotto e la forza di un’interpretazione

A rendere ancora più singolare la vicenda produttiva, va detto, fu la capacità di Meryl Streep di trasformare un potenziale limite in un’occasione. Con un budget che oggi definiremmo da indie – e che all’epoca già strideva con le ambizioni del progetto – l’attrice costruì una delle sue interpretazioni più celebri, quella della direttrice di Runway capace di gelare il sangue con un semplice sguardo alzato. Non ci furono, a differenza di quanto avviene oggi per certi kolossal, effetti speciali mastodontici o location infinite. Ci fu invece un lavoro di cesello sui dialoghi, sulla recitazione e sulla costruzione di un personaggio che è entrato nell’immaginario collettivo.

Le dichiarazioni di Streep, in questo senso, restituiscono un’idea chiara di quanto il contesto economico possa influenzare – e talvolta perfino sabotare – un progetto prima ancora che veda la luce. Eppure, paradossalmente, fu proprio quella scarsità di risorse a imporre delle scelte creative che oggi riconosciamo come geniali. Non ci furono ripensamenti milionari, né set ricostruiti all’infinito. Ci fu invece la necessità di fare di più con meno, e il risultato – lo sappiamo – parlò da sé. L’attesa per il sequel, alimentata anche da queste rivelazioni e dalla scoperta del legame di parentela con Anna Wintour, non potrà che tener conto di un’eredità pesante: quella di un film nato dai pregiudizi e cresciuto fino a diventare un fenomeno.

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