Il diavolo veste Prada 2, la parità salariale imposta da Meryl Streep (con un cachet da 12,5 milioni)

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il ritorno di Miranda Priestly, la direttrice della rivista Runway capace di terrorizzare redazioni e spettatori con un solo sguardo, sta alimentando a Hollywood un dibattito ben più Corposo di quello solito riservato ai sequel. Perché se è vero che il primo capitolo de Il diavolo veste Prada aveva già incassato oltre 430 milioni di dollari contro un budget di cento, trasformandosi in un fenomeno generazionale, le trattative per il secondo film rivelano un aspetto inedito del potere contrattuale della sua interprete principale. Stando a quanto ricostruito da Variety, Meryl Streep – tre premi Oscar e una carriera che non ha bisogno di presentazioni – ha ottenuto un compenso base di 12,5 milioni di dollari. E non si è fermata lì: ha imposto una clausola per cui Anne Hathaway ed Emily Blunt, le sue due co-protagoniste, abbiano firmato assegni della medesima entità.

L’accordo milionario che diventa un caso simbolo

A rendere la vicenda degna di nota non è soltanto la cifra in sé – comunque astronomica per gli standard del settore, salvo poi scoprire i dettagli – ma il meccanismo che l’ha prodotta. Streep, secondo le fonti consultate dalla testata specializzata, ha subordinato la propria partecipazione al sequel a una condizione precisa: la parità economica con le colleghe. Nessuna delle tre, ha preteso, doveva guadagnare meno delle altre. E così è stato. Il risultato è un contratto che assegna a ciascuna 12,5 milioni di dollari di base, ai quali si aggiungono bonus legati agli incassi al botteghino; diverse stime parlano di una potenziale forbice intorno ai 20 milioni complessivi a testa, qualora il film continui a macinare record.

Il peso della trattativa dietro le quinte

La mossa della Streep – che nel film interpreta quell’imperiosa direttrice di Runway spesso accostata, nella realtà, all’ex direttrice di Vogue Anna Wintour – ha l’effetto di ribaltare una consuetudine hollywoodiana ancora radicata. Di norma, in un franchise consolidato, il divo di maggior richiamo (o quello con il palmarès più pesante) strappa un cachet superiore rispetto ai colleghi di cast. Qui, invece, la tre volte premio Oscar ha usato la propria leva negoziale per appiattire verso l’alto i compensi, e lo ha fatto senza clamori: una condizione messa nero su bianco, accettata dalla produzione, e poi rivelata – inevitabilmente – dalle indiscrezioni di stampa. Il risultato, per gli addetti ai lavori, assume i contorni di un piccolo caso simbolo, destinato a essere discusso nei prossimi round contrattuali di altri blockbuster.

Numeri da record e un precedente che pesa

Il primo Il diavolo veste Prada aveva raccolto oltre 430 milioni di dollari in tutto il mondo, una cifra che allora consolidò il talento commerciale di tutte e tre le attrici. Ora il sequel – il cui budget si aggira ancora attorno ai cento milioni – sta già bissando il successo, e la pioggia di bonus legati agli incassi promette di far lievitare ulteriormente i guadagni individuali. L’aspetto giudiziario o investigativo, in questo caso, non c’entra: non c’è cronaca nera, non ci sono inchieste penali. C’è invece, forse, un precedente destinato a pesare nelle future trattative di casting femminili, specialmente quando nel cast figurano più protagoniste con curricula diversi. Quel che è certo è che Miranda Priestly, sia sullo schermo che nel mondo reale delle controfferte, continua a dettare legge.

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