Il diavolo veste Prada 2, il record al botteghino e la febbre del secchiello da popcorn

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Nel primo weekend di maggio, quello che idealmente cavalca il ponte del Primo Maggio, le sale italiane hanno dovuto fare i conti con un ritorno annunciato eppure dirompente: «Il diavolo veste Prada 2», sequel di quella commedia del 2006 che, con il suo sguardo insieme graffiante e affascinato sul mondo della moda, aveva finito per conquistare una fetta inaspettatamente ampia di pubblico. A dirigerlo è ancora David Frankel, il che garantirebbe una continuità di tono e di sguardo, mentre il casting – con Meryl Streep, Anne Hathaway, Stanley Tucci ed Emily Blunt – recupera l’intero quintetto originale, riportando sullo schermo la glaciale Miranda Priestly e l’ormai ex assistente Andy Sachs. Si racconta, senza mai scadere nella sintesi banale, di un’industria editoriale sconvolta dalla trasformazione digitale e di un panorama della moda che ha cambiato pelle, forse persino più dei suoi protagonisti.

Il fenomeno, però, non si è fermato alla qualità della narrazione o alla forza dei richiami nostalgici. Già dalle anteprime stampa del 29 aprile – proiezioni targate Disney e 20th Century Studios – si era capito che l’attesa avrebbe prodotto qualcosa di più di un semplice incasso da blockbuster. E infatti il debutto italiano ha fatto letteralmente tremare il botteghino: numeri da record assoluto per un film che non è né un action né un supereroistico, una performance che lo ha proiettato immediatamente al primo posto della classifica nazionale. Un terremoto, per usare una metafora cara ai titolieri, ma fondato su dati concreti e non su entusiasmi precoci.

E poi c’è l’altro aspetto, quello che sfiora la cronaca del costume e in parte quella nera del mercato parallelo. In alcune sale selezionate, solo quelle della première, è stato distribuito un gadget esclusivo: un secchiello per i popcorn a forma di borsa, evidentemente ispirato all’iconografia del film. I fan, o meglio alcuni di loro, se ne sono accaparrati in quantità, e già nelle ore successive qualcuno ha pensato bene di rivenderlo su piattaforme di second hand a prezzi lievitati – oltre cento euro – trasformando un accessorio promozionale in un oggetto di desiderio (e di speculazione) dal sapore quasi criminale, anche se non si registrano ancora denunce formali.

Meryl Streep e le fonti segrete di Miranda Priestly

C’è poi un dettaglio che riemerge dalle interviste originali e che raramente viene raccontato per esteso. Il personaggio di Miranda Priestly, lo sappiamo, è una celebre trasposizione cinematografica di Anna Wintour, la leggendaria direttrice di Vogue US. Meryl Streep, però, non si è limitata a imitare la Wintour: l’attrice, con la consueta meticolosità, ha citato altre fonti di ispirazione, alcune delle quali francamente insospettabili. Non si tratta solo di icone della moda o di direttori autoritari; c’è dentro, a ben guardare, anche il portamento di certi attori classici e la compostezza glaciale di personaggi politici di un’altra epoca. Una costruzione stratificata, insomma, che ha reso Miranda molto più di una semplice caricatura, e che probabilmente spiega la longevità di questo immaginario.

Il record italiano che nessuno si aspettava

I numeri parlano chiaro, anche se non li ripeteremo qui come un bollettino. Basti dire che «Il diavolo veste Prada 2» ha polverizzato ogni previsione per un film di questo genere, imponendosi con una forza tale da far impallidire persino certe uscite di fine anno. Un risultato, questo, che non deriva solo dall’effetto nostalgia, ma anche dalla capacità di intercettare un pubblico trasversale: i trentenni e quarantenni che il primo capitolo lo videro da adolescenti, e magari lo hanno rivisto in streaming decine di volte, ma anche i più giovani, attratti da quel mondo patinato e spietato che i social hanno solo amplificato. E mentre il dibattito sulla qualità del sequel è ancora aperto, il botteghino – si sa – non aspetta le recensioni.

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