Il diavolo veste Prada 2, il sequel da cento milioni tra algoritmi e fast fashion

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Era il 2006 quando “Il diavolo veste Prada”, partito con un budget tutto sommato contenuto (circa 35 milioni di dollari, una cifra quasi modesta per gli standard hollywoodiani di allora), riuscì a imporsi come un fenomeno globale, incassando 327 milioni di dollari nel mondo. Di questi, 125 milioni arrivarono solo dagli Stati Uniti, mentre l’Italia – va detto – si rivelò uno dei mercati più generosi, contribuendo con 20 milioni di dollari al botteghino. Ora, a distanza di vent’anni, quel successo si prova a replicarlo, e non certo con mezzi timidi: il budget del sequel è stato fissato a 100 milioni di dollari, e il cast – oltre alle colonne Meryl Streep (77 anni a giugno) e Anne Hathaway (44 a novembre) – include Emily Blunt, Stanley Tucci, Kenneth Branagh, Lucy Liu e Justin Theroux. Una scena con Sydney Sweeney, la star del momento, è stata persino tagliata per ragioni puramente narrative, a dimostrazione dell’abbondanza di materiale umano a disposizione.

Miranda Priestly contro il 2026

La scarpetta a punta che scende dalla macchina scura, posandosi sul tappeto rosso tra ali di folla e flash, anticipa un abito che è una sinfonia in tinta. Miranda, la direttrice di Runway, interpretata da una Streep all’apoteosi del suo potere scenico, è però sull’orlo della catastrofe. La sua rivista – lo apprendiamo dalla trama del sequel – è accusata di aver dedicato uno spazio a un’azienda di fast fashion, la quale praticherebbe condizioni di lavoro inaccettabili. Non è più solo il Diavolo a vestire Prada, insomma: ora deve fare i conti con algoritmi, con la fine di un certo tipo di impero mediatico e con un’industria che cambia pelle a velocità inaudita.

La première mondiale e la fabbrica dei sogni Disney

Alla première mondiale del film – descritta da chi c’era come «il Coachella delle persone queer» – ci si ritrovava immersi in quello che si può definire solo “il mondo del Diavolo veste Prada”. Una scenografia in stile parco a tema, con tanto di cabina armadio walk-in, una postazione fotografica di Runway e persino un sosia di Andy Sachs seduta a una scrivania improvvisata: bisogna riconoscerlo alla Disney, che ha prodotto il sequel, di costruzione di mondi se ne intende davvero. La casa di Topolino, del resto, ha sapientemente trasformato un film in un’esperienza totale, quasi un parco divertimenti a sé stante.

La zarina cattolica della moda e i 326 milioni di ragioni

Meryl Streep, che torna nei panni della direttrice più temuta e antipatica della sua intera carriera – l’ha definita lei stessa «la donna più antipatica che abbia mai interpretato» – sa bene che ci sono esattamente 326 milioni di ragioni per fare un sequel. Il primo film ne incassò altrettanti, a fronte di un budget di 40 milioni. A volte, basta appoggiare la borsa griffata in un certo modo sulla scrivania per far capire chi comanda il gusto collettivo, e stabilire cos’è il desiderio. Ma quando il tempo ti sussurra all’orecchio che forse è ora di smettere, una domanda resta sospesa: che cosa si fa, armate di tacchi a spillo e agghindate di tutto punto, quando il mondo intorno a te cambia registro? La regina cattiva della moda, direttrice di Runway, ha deciso di rispondere a modo suo.

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