Il ritorno del “Diavolo” e quel maglione ceruleo che diventò un caso
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Sono passati quasi vent’anni da quando Andy Sachs, neolaureata con il sogno di fare la giornalista, varcò per la prima volta le porte della redazione di Runway indossando un maglione azzurro di maglia a trecce, un po’ infeltrito, scelto più per disperazione che per stile. Quell’accesso di svogliatezza, che Miranda Priestly bacchettò con una delle sue memorabili invettive sul “ceruleo”, ha segnato un prima e un dopo nel modo in cui il cinema racconta la moda. E oggi, proprio quel capo – l’iconico pullover, per la precisione – torna a disposizione del pubblico grazie a una mini collezione firmata Old Navy, realizzata in omaggio al film cult. Lo si può già acquistare a un prezzo accessibile, e c’è da scommetterci che farà la stessa fine dei primi esemplari: andare a ruba in poche ore. Persino Meryl Streep, che del personaggio di Miranda ha fatto un simbolo generazionale, pare ancora ossessionata da quel capo, o almeno così raccontano quelli che l’hanno incrociata durante il tour promozionale.
L’attesa per il sequel e il bagno di folla a Seoul
Il *Diavolo veste Prada 2*, ormai imminente, sta catalizzando l’attenzione ben oltre i consueti circuiti della stampa specializzata. A Seoul, in Corea del Sud, Meryl Streep e Anne Hathaway hanno letteralmente fatto tremare il palco di un evento dedicato ai fan: sono arrivate sulle note di “Vogue” – la canzone, non la rivista – e si sono concesse un balletto improvvisato che ha mandato i presenti in delirio. Non si trattava di una semplice passerella, ma di un momento coreografato con cura, che restituisce bene lo spirito ironico e sopra le righe del primo capitolo. Le due attrici, tornate nei rispettivi ruoli della temuta direttrice e della sua ex assistita diventata una professionista navigata, proseguono così il tour mondiale in vista dell’uscita nelle sale: in Italia, lo si legge nei comunicati distribuiti ieri, arriverà dal 29 aprile. La sequenza del ballo, già virale sui canali social, ha riacceso il dibattito su quanto una pellicola apparentemente leggera abbia invece saputo intercettare dinamiche reali – quelle del potere, del sacrificio e della trasformazione personale – con una rara efficacia narrativa.
Quando la finzione diventa realtà: la crisi di *Runway* e il sito web
A vent’anni di distanza dall’uscita del primo film, il sequel si trova a dover fare i conti con un’industria editoriale profondamente mutata. La trama, infatti, mette ancora una volta al centro la redazione della leggendaria rivista *Runway*, ma in un contesto segnato dalla digitalizzazione spinta e dalle difficoltà economiche del cartaceo. La crisi della testata costringe Andy (Hathaway) e Miranda (Streep) a unire le forze – un’alleanza che nel film originale sarebbe parsa quantomeno improbabile – per tentare di salvarla. Ma la vera sorpresa, quella che ha colto di sorpresa anche i fan più attenti, è un’altra: *Runway* sembra essere diventata realtà. È stato infatti annunciato il lancio di un sito ufficiale legato alla rivista immaginaria, con tanto di copertina firmata dalla stessa Hathaway, e non si tratta di un semplice gadget promozionale. L’operazione, curata con un’attenzione maniacale ai dettagli, trasforma il prodotto cinematografico in un’esperienza estesa, quasi immersiva, dove i confini tra finzione e commercio si fanno volutamente sfumati. In fondo, era proprio questo il punto: i vestiti, come spiegava Miranda alla sua giovane assistente, hanno un valore profondo e stratificato, non solo estetico ma anche sociale ed economico.
Cronaca di un’ossessione collettiva: il maglione, il ceruleo e la pubblicità come sostegno
Cosa ci lega ancora così visceralmente a *Il diavolo veste Prada*? Certamente la moda, ma anche il fatto che il cinema – per una volta, e in modo non epidermico – ne abbia riconosciuto la centralità nella vita di tutti i giorni. Il pullover ceruleo di Old Navy, riproposto in edizione limitata, non è solo un capo d’abbigliamento: è un simbolo, un promemoria di quella lezione per cui anche il capo più insignificante racconta una storia di filiere, tendenze e scelte culturali. Nel frattempo, la macchina promozionale del sequel procede a pieno ritmo, e non mancano gli agganci al presente. Persino la pubblicità personalizzata – quella che permette di sostenere il lavoro di redazioni, tecnici, grafici e amministrativi – viene citata, quasi con un meta-riferimento, nelle note di accompagnamento ai video diffusi online. Per accedere ad alcuni contenuti esclusivi, viene chiesto ai visitatori di autorizzare l’uso di cookie per finalità non strettamente tecniche, una prassi ormai comune che stride piacevolmente con l’estetica vintage del primo film. D’altronde, anche Miranda Priestly, se fosse una direttrice del 2026, dovrebbe fare i conti con gli algoritmi.




