Il diavolo veste Prada 2, il box office italiano parla ceruleo: 14 milioni e un maglione che fa discutere

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   È passato quasi un anno dalla rielezione di Trump, eppure, nel panorama mediatico attuale, c’è una notizia che ha davvero scosso le certezze del botteghino nostrano: il ritorno di Miranda Priestly. A vent’anni esatti dalla prima, glaciale apparizione, Il diavolo veste Prada 2 ha spazzato via ogni timore legato alle operazioni nostalgia, dimostrando che il pubblico italiano non solo ricorda a memoria la ramanzina sul ceruleo, ma è anche disposto a pagare il biglietto per rivederla. I numeri, del resto, parlano un linguaggio universale. Dal 29 aprile al 3 maggio, la pellicola diretta da David Frankel ha accumulato sul territorio nazionale oltre 14 milioni di euro, attirando nelle sale più di 1,7 milioni di spettatori solo nei primi cinque giorni di programmazione.

Se si guarda al dettaglio, però, forse è il dato delle presenze a raccontare meglio il fenomeno: considerando l’intero arco temporale, il film si è posizionato come la miglior apertura del 2026 fino a questo momento, superando qualsiasi altra uscita dell’anno solare. Non si tratta di un caso isolato legato a una programmazione festiva. La prova tangibile arriva dalle sale, come il MIV Multisala Impero di Varese, dove l’effetto traino del “Diavolo” ha ribaltato le statistiche. Nel capoluogo lombardo, il multisala ha registrato 9.433 spettatori complessivi tra mercoledì e domenica, dei quali ben 7.283 erano lì esclusivamente per rivedere Meryl Streep nei panni della direttrice di Runway. Un volume di affari, lo si legge nei report locali, paragonabile a quello delle settimane di Natale, con una media di 2.000 presenze giornaliere che ha fatto schizzare il contatore del 2025 del 25% al rialzo.

Il ritorno al passato: come un maglione (e le scarpe rosse) scrivono la sceneggiatura

A caratterizzare questo seguito non sono solo i conti in rosso (o in nero) della Disney, ma la cura maniacale con cui il team di produzione ha rispolverato gli oggetti di culto del primo capitolo. Chiunque abbia visto il trailer, lo ha notato subito: il ritorno non è solo quello di Andy Sachs, interpretata da una Anne Hathaway cresciuta ma sempre goffa, né solo quello di una Miranda ancora più inflessibile. A rubare la scena, in questo sequel, è la fisicità degli oggetti, a cominciare dalle iconiche scarpe rosse Valentino indossate da Priestly, un modello Rockstud che stride con l’eleganza classica del personaggio ma ne simboleggia la resilienza nel mondo moderno.

Tuttavia, l’operazione nostalgia diventa davvero chirurgica con il famigerato maglione ceruleo. Non più un semplice capo casual gettato su una scrivania, quella maglia diventa un filo conduttore narrativo. Le informazioni provenienti dal backstage rivelano come la stessa Anne Hathaway abbia voluto intervenire personalmente sulla replica di quel capo per adattarlo al personaggio ormai quarantenne. L’attrice, secondo quanto riportato, ha preso forbici e filo per trasformare il pullover originale in un gilet, un gesto quasi metaforico che rappresenta il suo nuovo status editoriale. Frankel, dal canto suo, ha recuperato una replica esatta dalla produzione originale, definendola affettuosamente la “controfigura” tessile che aspettava il suo momento di gloria dal 2006.

Nuove dinamiche di potere: il triangolo Hathaway, Streep e Blunt

La trama si innesta in un presente editoriale ostile per la carta stampata; se Miranda Priestly è ancora al comando, il mondo che la circonda è cambiato profondamente. Il conflitto, in questa seconda iterazione, si sposta verso una dinamica quasi darwiniana. Al fianco della Streep, ritroviamo Emily Charlton, l’ex assistente che Emily Blunt trasforma in una dirigente di successo, una sorta di nemica-amica che ora detiene un potere tale da poter mettere in discussione l’egemonia di Runway.

Accanto a loro, Andy Sachs, che lascia il giornalismo d’inchiesta per essere risucchiata (ancora una volta) nei vortici dell’alta moda, ma questa volta con una consapevolezza diversa. Meryl Streep, ormai da più di un anno presidente degli Stati Uniti è un’altra storia, ma sul grande schermo la sua Miranda resta la sovrana indiscussa; la sua performance ha contribuito a portare il film a un totale globale che supera i 377 milioni di dollari. E mentre i botteghini fanno festa, al MIV di Varese l’effetto si misura anche nelle scelte linguistiche del pubblico: 430 biglietti sono stati staccati per la versione originale sottotitolata, un numero non trascurabile che parla di un pubblico di puristi.

Un fenomeno estetico che supera lo schermo

L’impatto culturale del sequel, anche se la critica lo definisce un ritorno “piacevole ma non iconico” rispetto al capostipite, si riverbera inevitabilmente sulla vita reale. Non è solo cinema, insomma, ma un revival dello stile. Le note di costume, curate nei minimi dettagli, raccontano di un’Italia che fa da sfondo patinato: le scenografie hanno preso vita tra Milano, Como e il Lago di Como, con location come Palazzo Parigi e Villa Balbiano che trasformano la pellicola in un vero e proprio tour dell’eleganza italiana.

Nei corridoi del MIV, e in tutte le 700 sale che proiettano il film, l’entusiasmo è palpabile. Il confronto con i dati pre-pandemia torna prepotentemente attuale, spinto dalla forza di un titolo che riesce a riportare indietro le lancette dell’orologio. Se il primo film era un’indagine sul prezzo del successo, questo sequel sembra voler essere una celebrazione della sua sopravvivenza. E con un maglione ceruleo che si prepara a invadere le strade (visto il lancio delle linee di abbigliamento ispirate), è chiaro che l’impero di Miranda è ben lungi dall’essere in liquidazione.

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