Il diavolo veste Prada 2, Meryl Streep con il maglione ceruleo (e il colore torna sulle passerelle)

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Se c’è una lezione che Miranda Priestley ha impartito senza appello quasi vent’anni fa, è che un semplice maglione a trecce – quello stesso “azzurro infeltrito” che la giovane Andy Sachs indossava con sprezzo del pericolo – non è mai solo un capo d’abbigliamento, bensì il punto di arrivo di una catena produttiva fatta di scelte creative, milioni di dollari e posti di lavoro che l’industria della moda muove silenziosamente. Cresce intanto l’attesa per il sequel di “Il diavolo veste Prada”, nelle sale italiane dal 29 aprile e dal primo maggio nel resto del mondo, e la strategia promozionale adottata dalle parti di Disney sembra voler stuzzicare i fan giocando proprio su quel tasto nostalgico: richiamare uno dei momenti più iconici del primo capitolo per rimettere in moto l’hype. Lo ha fatto Meryl Streep in persona, apparsa qualche giorno fa negli studi del “The Late Show with Stephen Colbert” a New York con un maglione ceruleo – firmato J. Crew – che è già entrato di diritto nella storia della promozione cinematografica. E lo ha fatto, poco prima, Anne Hathaway sfoggiando una felpa con un quadrato Pantone e la scritta “ceruleo” sul retro durante la tappa messicana del tour.

L’armadio di Miranda Priestley, tra nostalgia e sartoria milanese

Essere “over” oggi, nel senso di essere over 50 o over 60 nel mondo del lavoro e dello stile, sembra essere il sottotesto elegante di questa operazione. Lo si capisce dai costumi scelti per la temutissima direttrice di Runway, che durante le prove per il sequel – navigando a vista tra oceani di blazer, completi sartoriali e abiti “da redazione” pensati per raccontare il fascino malinconico dei conti spese e delle berline grigio mélange – avrebbe gridato un deciso “È lui!” davanti a un capo specifico. Si trattava del blazer Lauren del brand milanese Sasuphi, fondato nel 2021 da Sara Ferrero e Susanna Cucco, due veterane del settore che hanno deciso di colmare un vuoto in un panorama della moda fin troppo orientato alla giovinezza. La loro estetica, fatta di abiti eleganti ma facili da indossare, punteggiati di colore e realizzati in tessuti pregiati come cashmere e seta, ha convinto non solo l’attrice premio Oscar ma anche la costumista Molly Rogers, che ha preso il testimone da Patricia Field e ha deciso di vestire gran parte del cast con quelle giacche dall’eleganza misurata.

La collezione Ceruleo diventa realtà (e si può acquistare)

Basta del resto dire “ceruleo” per evocare alla mente quella scena ormai leggendaria: la spazientita Miranda che spiega alla sua neo assistente il valore in termini creativi ed economici di quel maglioncino, sottolineando come “non è semplicemente azzurro, non è turchese, non è lapis, è effettivamente ceruleo”. Nella finzione, la Priestley citava una collezione del 2002 di Oscar de la Renta basata su quella tonalità – mai esistita nella realtà – e Yves Saint Laurent che, seguendo le sue orme, avrebbe proposto giacche militari dello stesso colore. Peccato che, all’epoca, la celebre invettiva non fosse neppure prevista dalla sceneggiatura originale: a dominare la scena, nei piani della costumista Field e della sceneggiatrice Aline Brosh McKenna, doveva essere una “sciatta gonna scozzese”. Fu Meryl Streep a voler dare risalto al maglione per raccontare il dietro le quinte del sistema moda, e a distanza di due decenni quella scelta si è rivelata talmente lungimirante da riportare il ceruleo sulle passerelle della primavera-estate 2026, quasi in coincidenza perfetta con l’arrivo del film.

Anne Hathaway, la frangia iconica e il glow up di Andy Sachs

Complice una frangia – anzi, “la frangia”, quella che nel primo film delineava il confine netto tra la vecchia e un po' goffa Andrea, capitata nella redazione di Runway per caso, e la nuova Andy, quella che nel giro di qualche cambio d’abito griffato (“hai un disperato bisogno di Chanel!”) si trasforma nell’assistente glam e più consapevole – Anne Hathaway ha ripreso possesso del personaggio con una consapevolezza diversa. Se nel primo film il glow up passava attraverso una radicale rivoluzione di trucco e parrucco, in questo sequel – le cui riprese si sono svolte tra New York e Long Island, con i membri della troupe che indossavano targhette con la scritta “Cerulean” – si respira un’aria diversa. Il ceruleo torna come un mantra, un filo rosso che lega passato e presente, e lo fa con una forza tale che il colore, ormai, non è più solo una battuta: è diventato un prodotto, una dichiarazione di intenti e, chissà, forse anche un modo per dire che certe lezioni di stile non si scordano mai.

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