Il ritorno del ceruleo: il maglione cult de “Il diavolo veste Prada 2” è già in vendita (e Meryl Streep non lo molla più)

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un colore, tra quelli che si affacciano sulle passerelle della primavera 2026, che non è semplicemente azzurro, non è turchese, non è lapis: è effettivamente ceruleo. A distanza di vent’anni dal monologo diventato un manifesto della dittatura della moda – quella lezione impartita da Miranda Priestly a una sprovveduta Andy Sachs, rea di essersi presentata in redazione con un “maglioncino azzurro infeltrito” – la macchina del cinema e del marketing si riavvia esattamente da lì. In un’operazione che mescola nostalgia e commercio, Old Navy ha infatti reso disponibile al pubblico una riedizione accessibile dell’iconico pullover a trecce, quel capo che, nella finzione, rappresentava l’ignoranza stilistica assoluta ma che oggi, nella realtà, è diventato un oggetto del desiderio per i fan della pellicola.

L’articolo, parte di una mini collezione celebrativa dedicata al film, è già sugli scaffali. Lo si vede nelle vetrine, lo si riconosce per quella trama spessa e per quella nuance capace di scatenare dibattiti, esattamente come accadde sul set quando Meryl Streep – che dell’acerrima direttrice di “Runway” ha fatto un’icona di potere e terrore – decise di puntare i riflettori proprio su quel maglione, modificando persino la sceneggiatura originale che prevedeva, al posto del capo d’abbigliamento, una banale gonna scozzese. Se nel 2006 quel ceruleo simboleggiava la distanza siderale tra l’alta moda e la gente comune, oggi rappresenta il collante perfetto tra il pubblico e il sequel, “Il diavolo veste Prada 2”, la cui uscita nelle sale italiane è fissata per il 29 aprile.

L’ossessione che non passa: Streep e il “suo” maglione

Non c’è però solo la nostalgia a muovere i fili di questa storia, che si arricchisce di un dettaglio biografico curioso: anche Meryl Streep, nella vita reale, sembra non riuscire a lasciar stare quel capo. Mentre il tour promozionale del film tocca le capitali mondiali – con Seoul che ha fatto da sfondo a un bagno di folla e a un’irresistibile performance sulle note di “Vogue” da parte delle due protagoniste – l’attrice premio Oscar è stata paparazzata a New York, fuori dagli studi del “The Late Show with Stephen Colbert”, mentre indossava una versione moderna e meno “infeltrita” del famoso maglione. Quello sfoggiato da Streep, un modello firmato J. Crew, è un tributo esplicito al personaggio di Miranda Priestly, un filo rosso che lega l’attrice al suo ruolo più temuto.

In un’intervista eccezionale organizzata da “Vogue” e moderata dalla regista Greta Gerwig, la stessa Streep ha raccontato un retroscena significativo legato al guardaroba del primo film. “Quando abbiamo girato ‘Il diavolo veste Prada’ tutti avevano paura di Anna Wintour, nessuno voleva prestarci i vestiti”, ha rivelato l’attrice, confermando le difficoltà iniziali nel reperire gli abiti adatti a rappresentare l’aristocrazia della moda. Oggi la situazione è radicalmente cambiata, tanto che la vera Wintour – storica direttrice di “Vogue” e ispiratrice del personaggio – ha partecipato attivamente alla promozione del film, posando per un servizio fotografico con la sua “omologa” Streep. Un faccia a faccia tra la realtà e la finzione, dove il famigerato maglione ceruleo fa da trait d’union.

Moda e significato: perché i vestiti (anche al cinema) parlano di noi

La febbre per questo capo specifico non è solo un fenomeno di costume, ma tocca il nervo scoperto di ciò che rende “Il diavolo veste Prada” un cult senza tempo. Non si tratta soltanto di abiti firmati, ma del riconoscimento, forse per la prima volta così esplicito al cinema, che la moda ha un valore stratificato, profondo e, soprattutto, una ricaduta economica e sociale enorme. Lo spiegava Miranda Priestly mentre bacchettava Andy: dietro un semplice pullover azzurro ci sono milioni di dollari, posti di lavoro e scelte industriali che partono dalle passerelle e arrivano fino ai centri commerciali di provincia.

Questo messaggio, ironico ma potentissimo, ha attecchito talmente bene da influenzare la produzione stessa del sequel. A testimonianza di come i costumi non siano mai “solo vestiti”, Anne Hathaway ha rivelato di aver dovuto fare una richiesta specifica ai produttori durante le riprese a Milano, dove il film ha sfruttato la cornice della Fashion Week. L’attrice, colpita dalla magrezza di alcune modelle sfilate in passerella, si è infatti rivolta ai vertici della produzione per ottenere la promessa che “le modelle della sfilata che stavamo allestendo non sarebbero state così scheletriche”. Un gesto che trasforma Andy Sachs, la ragazza che all’inizio rideva delle cinture, in una custode consapevole dei messaggi che l’industia della moda trasmette.

L’attesa per il sequel e il fenomeno della “Runway” reale

Mentre le attrici proseguono il loro tour promozionale – con tappe che hanno già infiammato Tokyo e Città del Messico – la macchina del marketing non mostra segni di cedimento. Per alimentare l’hype, è stato annunciato che la rivista fittizia “Runway”, diretta dalla Priestly nel film, avrà una sua edizione reale in edicola, disponibile dal 13 aprile. Anche in questo caso, la linea tra ciò che è vero e ciò che è finzione si assottiglia per trasformarsi in un’esperienza di acquisto e di consumo culturale totale.

Se nel primo capitolo l’estetica era funzionale a raccontare l’arroganza del potere, oggi “Il diavolo veste Prada 2” cerca di intercettare lo spirito del tempo presente, un’epoca in cui il cartaceo lotta con il digitale e in cui le vecchie gerarchie, rappresentate da personaggi come Emily Blunt (ora dirigente del lusso), vengono messe in discussione. E chissà che il famoso maglione, simbolo di una ribellione ingenua, non diventi proprio l’emblema di una nuova, consapevole, ribellione etica. Quel che è certo è che, per ora, il ceruleo ha vinto di nuovo: basta guardare le vetrine dei negozi o l’armadio della stessa Meryl Streep per capire che, a volte, il cinema non si limita a raccontare la realtà, ma la plasma, capo dopo capo.

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