Il diavolo veste Prada 2, vent’anni dopo: quel ceruleo ora è un algoritmo
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Passo spedito, occhiali neri e la mise classica della professionista newyorkese di successo – alta moda che ti permette però di dribblare agilmente attraverso il traffico umano e automobilistico –, Andy Sachs (Anne Hathaway) si muove con l’aria di chi è solo leggermente in ritardo. La sua destinazione, a vent’anni esatti di distanza da quando la vedemmo alle dipendenze del direttore da incubo Miranda Priestly (Meryl Streep) nella redazione della rivista «Runway», non è però un ufficio patinato bensì una sala banchetti dove vengono attribuiti premi per il reportage giornalistico. Eppure, proprio quando sembra aver messo una pietra sopra su quel capitolo della sua vita, ecco che il mondo (quello vero, fatto di bilanci in rosso e licenziamenti in tronco) la riporta indietro. Perché se il primo film raccontava il prezzo dell’anima da pagare per entrare nel tempio della moda, questo sequel – diretto ancora da David Frankel e arrivato nelle sale italiane da oggi – mette in scena qualcosa di più spietato: il lento e inesorabile crollo del tempio stesso.
L’impero si sgretola, e noi facciamo il tifo per il diavolo
La forza inaspettata di Il diavolo veste Prada 2 risiede in un ribaltamento di prospettiva che nessuno avrebbe scommesso possibile vent’anni fa: il vero cattivo della storia non è più Miranda. La sua autorità algida, un tempo costruita su uno sguardo capace di gelare le matricole, è stata erosa dalla crisi strutturale dell’editoria cartacea, dalla dittatura dello scroll sui social network e dall’arrivo di miliardari della Silicon Valley che decidono il destino della cultura con un tweet. La regina è spodestata, insomma, e si ritrova a dover appendere il cappotto da sola (nessuna assistente a cui lanciarlo, le Risorse umane hanno posto fine a certe “tradizioni”) o addirittura a volare in economy. Nigel (Stanley Tucci), il fedele art director, prova a schermarla ma la realtà è impietosa: «Creo contenuti che la gente può scrollare in bagno mentre fa la pipì», ammette nel corso della pellicola, riassumendo in una frase il disagio di un’intera generazione di giornalisti. Proprio questa fragilità inedita trasforma Miranda da carnefice a vittima, regalando allo spettatore il paradosso di tifare per colei che per anni aveva rappresentato il terrore più puro.
Milano, l’artigianato e il gusto effimero della scena
Se la narrazione si spinge fino a Milano, luogo simbolico dove è ambientata la Fashion Week e alcune delle sequenze più preziose del film, il merito è anche di chi quel gusto lo costruisce lontano dai riflettori. Per le riprese del sequel, infatti, la produzione ha coinvolto Adolfo Stefanelli, pasticcere milanese selezionato tra le eccellenze del territorio. La sua creazione più iconica, la torta “Vela” – caratterizzata da una base di frolla alle mandorle, pralinato di nocciole e sottili lamine di cioccolato che si innalzano a ricordare l’omonimo oggetto nautico – ha convinto i food stylist incaricati di trovare artigiani capaci di realizzare dolci sorprendenti. Stefanelli ha poi sviluppato dessert specifici per le scene: una monoporzione al mango, una bavarese alla vaniglia di colore violetto (quest’ultima scelta direttamente da Meryl Streep) e una serie di cioccolatini. La particolarità, come ha raccontato lo stesso pasticcere, è stata quella di dover progettare “dolci di scena”, costruiti con consistenze più rigide per resistere ore sotto i riflettori – un lavoro che ha richiesto di sacrificare talvolta il gusto in nome dell’estetica, e di compiere un gesto controintuitivo come quello di “rompere” le creazioni con il cucchiaio solo per simulare l’assaggio.
Lady Gaga, il rap Doechii e il cameo di peso
A impreziosire il quadro sonoro e narrativo ci pensano alcune new entry eccellenti. Sul fronte musicale, la colonna sonora ospita un brano originale dal Titolo “Runway”, eseguito da Lady Gaga in collaborazione con la rapper Doechii; la stessa cantante compare in un cameo durante il film, interpretando se stessa in una scena dove riceve una proposta da Miranda Priestly a cui, è evidente, non si può dire di no. Il cast si arricchisce poi di nomi come Justin Theroux, Lucy Liu e Kenneth Branagh, che contribuiscono a tratteggiare quel mondo di potere fatto di收购 aziendali, fusioni e tradimenti – con Emily Charlton (Emily Blunt), ormai potente dirigente del lusso, trasformata nella rivale che potrebbe affondare Runway per sempre. Un gioco di poltrone, insomma, dove l’unica certezza è che il diavolo, anche se travestito da algoritmo, non smette mai di fare affari.




