Il diavolo riveste prada, tra incassi da record e un book che torna a far paura

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Vent’anni dopo, il Diavolo non solo indossa ancora Prada, ma ha deciso di rifarsi il guardaroba per un secondo tempo, e lo fa con la medesima, spietata, eleganza che aveva trasformato un film dal budget tutto sommato limitato in un fenomeno globale. Nel lontano 2006, quella prima trasposizione cinematografica – ispirata al romanzo di Lauren Weisberger – era partita da una cifra che oggi appare quasi irrisoria per gli standard hollywoodiani, ossia 35 milioni di dollari; eppure, il risultato al botteghino mondiale aveva superato ogni più rosea previsione, toccando i 327 milioni di dollari complessivi. Di questi, 125 milioni provenivano esclusivamente dagli Stati Uniti, mentre l’Italia si era rivelata uno dei mercati più ricettivi, con un incasso pari a 20 milioni di dollari. Numeri che, a posteriori, hanno spinto la produzione a osare ben di più per il sequel, intitolato “Il Diavolo riveste Prada”, la cui lavorazione ha richiesto un investimento iniziale di 100 milioni di dollari.

Un cast che non teme il confronto con il passato

A fare da traino a questa operazione – che qualcuno, nei corridoi degli studios, aveva inizialmente definito rischiosa – ci pensa un ensemble di attori che mescola sapientemente volti storici e new entry di peso. Meryl Streep, che compirà 77 anni a giugno, riprende i panni dell’implacabile Miranda Priestly; accanto a lei, Anne Hathaway (44 anni a novembre) ed Emily Blunt (43 anni), senza dimenticare Stanley Tucci, che a novembre toccherà quota 66. Ma non è tutto: al gruppo originale si sono aggiunti, per motivi prettamente narrativi e senza alcuna forzatura commerciale, interpreti del calibro di Kenneth Branagh, Lucy Liu e Justin Theroux. Curiosamente, la produzione ha anche potuto permettersi il lusso di tagliare una scena già girata con Sydney Sweeney, la star del momento, a dimostrazione di come la fiducia nel materiale a disposizione fosse già solida prima ancora delle anteprime.

Il book e la clutch: quando un dettaglio diventa culto

Chiunque abbia visto il primo film – e lo ha fatto, a giudicare dai numeri, una platea sterminata – sa perfettamente quanto sia centrale “il book”. Non stiamo parlando di un semplice oggetto di scena, bensì di uno dei simboli più iconici dell’intera narrazione: la riproduzione cartacea della fittizia rivista “Runway”, quel fashion magazine diretto da Miranda Priestly che ogni sera viene recapitato personalmente a casa sua dalla seconda assistente. Ebbene, nel sequel quel book torna con prepotenza, ma stavolta si materializza anche sotto forma di accessorio reale: Meryl Streep è apparsa sul red carpet londinese con una clutch Runway in versione mini book, citando senza bisogno di parole l’ossessione maniacale per il dettaglio che aveva reso indimenticabile il personaggio. Un cenno che non passa inosservato, perché chi riconosce quel particolare appartiene già a un pubblico capace di decifrare le citazioni più sottili.

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