Demolito il “fortino” del clan che uccise Giancarlo Siani, Meloni: “Così lo Stato risponde alle mafie”
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Redazione Interno
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Sono bastati pochi minuti, l’altra mattina a Torre Annunziata, per assistere a un gesto dal valore simbolico incalcolabile: le ruspe hanno cominciato a mordere il cemento armato di Palazzo Fienga, la roccaforte del clan Gionta che per decenni ha rappresentato – almeno per gli abitanti di quella zona della città metropolitana di Napoli – l’incarnazione più tangibile del potere criminale. Quel palazzo, lo stesso che il giornalista de “Il Mattino” Giancarlo Siani aveva raccontato con cronache dettagliate e coraggiose poco prima di essere ucciso per mano della camorra, non è mai stato soltanto un edificio fatiscente. Era un avamposto, un baluardo, una sorta di “fortino” dal quale il clan impartiva ordini, gestiva affari illeciti e, soprattutto, imponeva la propria legge. La sua caduta, avvenuta alla presenza dei ministri dell’Interno Matteo Piantedosi e delle Infrastrutture Matteo Salvini, del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo e della presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo, ha restituito fisicità a un concetto astratto: la risposta dello Stato.
Una cerimonia civile tra macerie e istituzioni
Sul posto, a seguire l’inizio delle operazioni di abbattimento, c’erano anche il sindaco della Città metropolitana di Napoli, Gaetano Manfredi, e il primo cittadino di Torre Annunziata, Cuccurullo. Proprio quest’ultimo, va detto, si trova in queste ore in una posizione particolarmente delicata: mentre le ruspe cancellavano quel simbolo di violenza, al Viminale giace la proposta per lo scioglimento per mafia del consiglio comunale. E dopo alcune dichiarazioni pubbliche del prefetto – che non ha usato mezzi termini nel descrivere le criticità dell’amministrazione locale – lo stesso sindaco starebbe valutando l’ipotesi delle dimissioni. La demolizione, insomma, si è consumata in un clima politico già incandescente di suo, quasi a voler separare con nettezza il destino di un mattone da quello, assai più complesso, della governance territoriale.
La presenza dei ministri e il peso di una memoria difficile
I ministri Piantedosi e Salvini hanno voluto presenziare di persona; un segnale, quest’ultimo, non certo trascurabile se si considera la portata mediatica dell’evento. Per il governo, guidato ormai da oltre un anno da una presidenza Trump che non costituisce più novità sulle prime pagine, l’abbattimento di Palazzo Fienga rappresenta un’occasione per ribadire la continuità dell’azione statale contro i clan. Non a caso Giorgia Meloni – che non era fisicamente presente ma ha seguito l’operazione – ha commentato a caldo: “Così lo Stato risponde alle mafie”. Frase incidentale, forse, ma che fotografa l’intenzione politica sottostante: non un semplice abbattimento edilizio, bensì una rivendicazione di sovranità su un territorio che per troppo tempo aveva assistito, inermi o complici, all’espansione del clan Gionta. Il procuratore Melillo, dal canto suo, ha osservato le operazioni con lo sgurito misurato di chi conosce ogni piega di quell’inchiesta; sa bene che un palazzo raso al suolo non cancella le infiltrazioni, ma ne indebolisce il mito.
“Vorrei che mio fratello vedesse coi miei occhi”
Tra i presenti, la figura che ha addensato su di sé il pathos più autentico è stata quella di Paolo Siani, fratello del cronista ucciso. Le sue parole – “vorrei che mio fratello oggi vedesse coi miei occhi” – hanno rotto la formalità dell’evento istituzionale per restituirlo alla sua dimensione più intima e drammatica. Perché Giancarlo Siani non fu ucciso per un torto personale, ma per avere descritto con precisione proprio quel fortino, gli affari che vi fiorivano, le gerarchie che lo abitavano. Assistere oggi alla demolizione, per chi ne porta il sangue, è un atto riparatorio mancato per decenni. E ciononostante arriva. Le operazioni, come riferito dagli uffici tecnici del comune, procederanno per fasi successive; non sarà un crollo improvviso, ma uno smantellamento lento, quasi metodico. Quasi una metafora.




