La telefonata tra Starmer e Trump e l’ombrello difensivo sulle basi della Raf
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Redazione Esteri
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Il filo diretto tra Londra e Washington, in queste ore di tensione che seguono l’inasprirsi del conflitto con l’Iran, si è riacceso con una conversazione telefonica intercorsa tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il primo ministro britannico, Keir Starmer. Un colloquio, quello avvenuto nel pomeriggio, che i comunicati ufficiali del governo di Sua Maestà descrivono come incentrato principalmente sugli equilibri in Medio Oriente e, in particolare, sugli aspetti legati alla cooperazione militare bilaterale. Il nodo centrale della discussione, a quanto si apprende, ha riguardato l’utilizzo delle installazioni della Royal Air Force, un tassello cruciale per quella che viene definita come un’azione a sostegno dell’autodifesa collettiva dei partner nell’area. Non è mancato, nel corso della chiamata, un momento di cordoglio formale da parte di Starmer, il quale ha inteso porgere le sue più sentite condoglianze a Trump e all'intero popolo americano per la recente scomparsa di sei militari statunitensi, caduti in circostanze che restano al centro di accertamenti.
Il B-1 a Fairford e la dottrina della difesa preventiva
Sullo sfondo di queste interlocuzioni politiche, i fatti sul terreno parlano il linguaggio inequivocabile della mobilitazione militare. Nella giornata di venerdì, uno dei bombardieri piú iconici dell'aviazione statunitense, il B-1 Lancer, è atterrato alla base di RAF Fairford, nel Gloucestershire. Un dispiegamento che non è isolato, ma che si inserisce in un quadro operativo definito nei giorni precedenti: era stato lo stesso Starmer, il primo marzo, ad autorizzare l’impiego delle basi della Raf per operazioni mirate a neutralizzare alla fonte i missili iraniani, un provvedimento pensato per scongiurare minacce concrete ai cittadini britannici o agli interessi nazionali. Londra, per questa specifica finalità, ha messo a disposizione due strutture chiave: la già citata Fairford, nel sud-ovest dell’Inghilterra, e la più remota Diego Garcia, nell’Oceano Indiano. La scelta di questi due avamposti non è casuale, rappresentando da decenni punti d'appoggio fondamentali per la proiezione di forza americana nel teatro mediorientale.
Le frizioni diplomatiche e la risposta di Londra
Tuttavia, la tempistica e la natura di questa autorizzazione non sono state esenti da attriti sul piano diplomatico. Donald Trump, in dichiarazioni che hanno filtrato negli ambienti della stampa internazionale, non ha risparmiato critiche al Regno Unito, accusato di aver ritardato un supporto che altri alleati, invece, avevano già garantito. «È un po’ tardi, quelli leali sono già dentro», avrebbe affermato il presidente americano, in un passaggio che lascia trasparire una certa insofferenza per quelli che percepisce come tentennamenti da parte di un partner storico. Parole pesanti, che sembrano quasi voler ridimensionare la solidità del rapporto speciale, già messo alla prova in altre occasioni. La reazione del governo britannico, filtrata attraverso i suoi canali ufficiali, è stata comunque ferma nel ribadire un principio di sovranità decisionale: «Siamo noi a determinare cosa costituisca l’interesse nazionale», avrebbero risposto fonti di Downing Street, respingendo di fatto le pressioni esterne e sottolineando l’autonomia di Londra in materia di sicurezza e difesa.
L’HMS Prince of Wales in stato di massima allerta
Mentre le parole si incrociano tra l’Atlantico e il Tamigi, il dispositivo militare britannico continua a muoversi. Il Ministero della Difesa del Regno Unito ha comunicato nelle ultime ore un innalzamento significativo del livello di prontezza operativa per la portaerei HMS Prince of Wales, una delle due unità ammiraglie della Royal Navy. La nave, fiore all'occhiello della flotta, è stata posta in condizioni di poter salpare con un preavviso ridotto, segnale inequivocabile di una crisi che richiede capacità di reazione tempestiva. La decisione, come spiegato da un portavoce della Difesa, non è una reazione improvvisa agli eventi degli ultimi giorni, ma si inserisce in un più ampio programma di potenziamento delle capacità di intervento, avviato già dai primi mesi dell'anno. L’ipotesi al vaglio dei comandi militari è quella di un suo impiego nel Golfo, a ulteriore dimostrazione di come Londra stia cercando di bilanciare le proprie scelte politiche, talvolta cautelative, con un rafforzamento concreto e visibile della propria presenza nella regione, nel tentativo di difendere gli alleati e, al contempo, preservare i propri margini di autonomia strategica.
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